Morning routine

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Fuori è ancora buio, il fragore della doccia accesa si confonde con il rumore della pioggia forte di questa mattina. Una delle prime mattine in cui si percepiece il freddo dell’inverno imminente. La doccia calda è consolatoria, rassicurante ; l’ideale per iniziare la lunga giornata che si affaccia all’orizzonte. Allo specchio si riflette una sagoma colorata di arancione. Chi è quell’uomo?   A volte non lo riconosco. Poi un po’ di condensa se ne va e svela un occhio. Ora ho capito chi sei, ti conosco da sempre, ti conosco bene, sei tu.

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IL VIAGGIO (pres. di Roberto Bano)

Roberto Bano è prima di tutto un amico. Roberto Bano ha curato la mia prima mostra personale, nel 2015, ed ha sempre contribuito in modo decisivo a tutte le iniziative che mi hanno visto coinvolto. Credo che PhotoGarage stesso non esisterebbe senza il suo lavoro e la sua dedizione.

Durante l’inaugurazione della mostra IL VIAGGIO, per un mio imperdonabile errore, il suo intervento è stato tagliato di netto. Voglio però dargli lo spazio che merita e gli ho chiesto di trascrivere i suoi appunti. Di seguito la sua presentazione e recensione della mostra.

Come in Sikh, la prima di queste storie, il fotografo è bravo a non apparire. Non appare nelle immagini, perché non usa artifici o inquadrature troppo spinte, usa una neutralità di immagine, una sincerità che ci lascia concentrare sulla realtà.
Da Sikh sono passati quattro anni, ma Andrea non ha smesso di raccontare (fotograficamente) altre storie, anzi, penso proprio abbia preso gusto nel farlo. E penso che il suo progredire sia continuo.
Gli piace fotografare, gli piace conoscere.
Senza il secondo aspetto, il primo appartiene più al caso che al progetto. Quindi studia, si informa, conosce, entra. Da dentro racconta.
Andrea viaggia stando fermo, si carica di energia potenziale, di potenziale narrativo.

Le storie.
Ma davvero succede? Dove? Ma si suona, si canta? È un gospel?
Passato lo stupore iniziale che si prova nel guardare le fotografie, nell’immaginare i luoghi, luoghi “nei quali” e luoghi “di provenienza”, si iniziano a fare i confronti, a trovare le similitudini, gli elementi ricorrenti.
Il primo di questi elementi unificatori, quello che non si vede, è il viaggio al contrario di persone che sono arrivate fin qui e che qui praticano il loro credo religioso (fuori dal loro paese, non così semplice oggi e nemmeno in passato). Poi c’è la Scrittura, il canto, l’assemblea.
Cambiano i modi, ma nella sostanza tutto questo succede anche nelle nostre chiese.
E di nuovo ci stupiamo, se non ce ne siamo accorti prima.

Infine, c’è una foto. É il viaggio nell’età: un anziano che veste un bambino, passandogli una consegna generazionale. Quale foto meglio di questa avrebbe potuto aprire e sintetizzare il senso della mostra?

ROBERTO BANO

SIKH-©ANDREATOGNOLI
SIKH-©ANDREATOGNOLI
SIKH-©ANDREATOGNOLI
SIKH-©ANDREATOGNOLI

Le fotografie di questa serie sono state scattate al tempio Sikh di Cortenuova, il Gurdwara Singh Sabbha (così si chiama il tempio) è frequentato da circa 3.000 fedeli ogni Domenica ed è il più grande d’Europa.

Nella fotografia il nonno mette al nipote il dumalla (turbante) in un momento di particolare intimità e  solennità che simboleggia una sorta di passaggio generazionale. Il popolo sikh é particolarmente legato alla sua religione e alla sua cultura.

Nella seconda fotografia ci troviamo nella sala principale del tempio dove si trova l’altare sul quale viene posto il libro sacro. Una fedele sta per iniziare le preghiere.

A seguire un’immagine di un momento della cerimonia domenicale. Ogni domenica al Gurdwara si recano circa 3.000 sikh (1.000 persone in piu’ degli abitanti del comune che ospita il tempio) per pregare e socializzare, aiutarsi e insegnare ai bambini di seconda generazione lingua e religione.

In fine una sposa offre un dono di di ringraziamento di fronte all’altare. Il bracciale che indossa e’ un gioiello tipico che le spose indossano nel primo periodo di matrimonio.

ORTODOXIA-©ANDREATOGNOLI
ORTODOXIA-©ANDREATOGNOLI
ORTODOXIA-©ANDREATOGNOLI
ORTODOXIA-©ANDREATOGNOLI

La parrocchia ortodossa romena “SAN GERARCA ANDREI SAGUNA” si trova a Romano di Lombardia,ospitata presso la chiesa di San Girolamo alla Gasparina. La chiesetta sorge in località La Gasparina, ex casa di villeggiatura del tenore Giovan Battista Rubini, e risale al 1878 su progetto dell’architetto Luigi Vavassori.  Le immagini documentano momenti della liturgia domenicale.

Nella prima immagine una delegazione religiosa in visita a Romano, in un intenso momento di preghiera in preparazione della S. Comunione.

Nella seconda immagine Padre Valentin presenta ai fedeli il Sacro Calice che contiene la comunione per i bambini e i fedeli.

Nella liturgia ortodossa viene data la comunione a tutti i bambini fino all’età di sette anni. Raggiunta quell’età, per ricevere la comunione è necessaria una specifica e precisa preparazione.

Una donna bacia una sacra icona, mentre una bambina presenta i suoi doni all’altare con una candela in mano.

HOUR OF FAITH MINISTRY-©ANDREATOGNOLI
HOUR OF FAITH MINISTRY-©ANDREATOGNOLI
HOUR OF FAITH MINISTRY-©ANDREATOGNOLI

Hour Of Faith Ministry è un luogo di ritrovo e di preghiera di una comunità Ghanese in provincia di Brescia.
La messa inizia subito con canti a tema religioso che il predicatore Charles Sarfo Boadi, accompagnato da una vera e propria band, intona con grande energia e coinvolgimento.
La cerimonia dura circa tre ore, con letture della Bibbia alternate a prediche e canti, accompagnati da musica suonata e cantata. I fedeli si alternavano sul palco per intonare i canti.

La prima immagine racconta un intenso momento di preghiera guidato dal pastore Charles Sarfo Boadi.

Nella seconda immagine è ben visibile sullo sfondo, dietro al predicatore, la band che accompagna con musica sacra l’intera messa.

Il pastore e sua moglie ballano insieme ad una simpatica giovanissima fedele.

IL VIAGGIO
“Il Viaggio” in un percorso che va dall’India, all’Africa e alla vicina Romania, ma senza in realtà allontanarsi più di qualche chilometro da casa. Il viaggio inteso come curiosa scoperta di ciò che ci sta attorno, abbandonando i pregiudizi e restando in ascolto, con rispetto e umiltà. Attraverso queste poche immagini l’autore ci accompagna in una visione che suggerisce più similitudini che differenze. La sua fotografia non vuole dare risposte ma stimolare a farsi domande, raccontando con onestà ciò che ci circonda e che a volte non possiamo o non vogliamo vedere.

Ringraziamenti

Un ringraziamento particolare anche a Don Tarcisio Tironi, che mi ha offerto l’opportunità di condividere attraverso il MACS la mia fotografia.

Ringrazio Mirko Rossi che si è occupato della grafica ed ha presentato la mostra.

Ringrazio tutti i volontari del MACS, in particolare il Sig. Carlo, instancabile lavoratore, che ha allestito la mostra e ha deliziato tutti con i suoi racconti e le visite guidate al bellissimo museo.

Ancora una volta Roberto Bano per il suo fondamentale contributo in fase di editing e progettazione della mostra.

La mia famiglia che sempre mi supporta e mi sopporta.

 

 

Il tempo che passa.

Sembra passato pochissimo e invece già mi guardi con occhi che lasciano trasparire quanto forte tu possa essere. Pare ieri e oggi già sei a volte altrove anima e corpo. Ma in questi momenti speciali, in queste frazioni di secondo; siamo sempre io e te, come allora, come è sempre stato e come sempre sarà.

TVB

Pepi Merisio OGGI

Pepi Merisio (fotografo)
©andrea::tognoli

Da ragazzini, a scuola, durante l’intervallo, giocando con i compagni di classe, si fingeva sempre di essere qualcuno. Ognuno di noi aveva i suoi eroi: qualcuno di noi si immaginava, sorvolando la città, vedere attraverso i muri, con una tutina blu con la esse di Superman sul petto; qualcun altro si sentiva forte come Hulk, l’uomo verde bruttino con una forza disumana. Ma l’eroe che andava per la maggiore era l’Uomo Ragno. L’Uomo Ragno era davvero il più gettonato. Si arrampicava sui grattaceli, catturava i cattivi con le sue ragnatele, era veloce come una mosca e li fregava sempre tutti. L’Uomo Ragno era il numero uno.

In quel periodo a casa mia c’erano sempre in bella mostra dei libri del Touring Club e spesso mi ritrovavo a sfogliarli soffermandomi in particolare sulle fotografie, che fin da allora attiravano la mia attenzione e la mia curiosità. Chissà dove erano state scattate, chissà che bello andare in tutti quei posti a fare fotografie. Il fotografo… io da grande volevo fare il fotografo.

La piccola compatta che mi regalarono per la prima comunione era sempre a portata di mano con un rullino da 24 pose pronto per essere impresso da ogni cosa che attirasse la mia attenzione. Un giorno guardavo una fotografia, e la didascalia riportava il nome del fotografo: Pepi Merisio. Mio papà mi disse che Pepi Merisio era un fotografo di Bergamo e che era nato qui vicino, a Caravaggio. Da quel momento Pepi Merisio diventò il mio chiodo fisso, il mio eroe. Io, da grande, volevo essere come Pepi Merisio; altro che l’uomo ragno!

A distanza di più di quarant’anni, oggi, 28 Ottobre 2017, io ho fotografato il mio eroe di bambino.

3 motivi per non partecipare ai concorsi

Da quando ho iniziato a fotografare non ho mai partecipato ad un solo concorso fotografico. I concorsi fotografici sono lontani dalla mia idea di fotografia che è  un linguaggio attraverso cui voglio dire la mia. La fotografia non è come il salto in lungo, non è uno sport. Qualcuno dice sia un’arte, potrebbe essere una mania; per me è uno stile di vita. Non è di certo uno sport.  Mi è stato chiesto di partecipare ad un concorso fotografico e quando ho risposto “anche no“, chi me lo ha chiesto mi ha guardato strabuzzando gli occhi chiedendomi, come se avessi detto che per hobby strappo i peli dai glutei dei gorilla, “perchéèèè?”. Per lui e per tutti quelli che hanno voglia di leggermi elenco di seguito solo 3 dei tanti motivi per i quali ho detto di no e probabilmente continuerò a dire di no ai concorsi fotografici.

  1. Come ho già detto trovo assurdo pensare ad una gara per vincere la quale devi fare un  fotografia. Se fai i 100 metri e li fai in un tempo migliore degli altri e non ti sei fatto di coca, significa che sei il migliore e hai vinto. Quali sono i parametri oggettivi per valutare se la mia foto è migliore della tua?
  2. Quasi sempre i concorsi parlano di una fotografia. Faccio un po’ fatica a immaginare il mio lavoro, la mia “attitudine fotografica” rappresentati da una sola fotografia. In genere racconto esperienze personali, situazioni, curiosità e, a parte forse i ritratti, non credo che una sola fotografia racconti di me e della mia fotografia più di un SMS (per citare qualcosa di assolutamente sterile ed impersonale)
  3. Poi c’è la questione dei diritti. Per quale motivo per partecipare ad un concorso io devo cedere tutti i diritti, a 360° , a chi organizza il concorso. Se hai bisogno di immagini, commissionale ad un fotografo professionista e pagalo. Perché un concorso fotografico? Per avere un database di immagini da cui attingere gratis? Addirittura in un concorso si chiedeva ai partecipanti la cessione dei diritti, non solo all’organizzazione, ma anche a tutti gli sponsor e anche per iniziative commerciali. In cambio di una fotocamera digitale? State scherzando vero? Certo non sono Bresson, ma mi spieghi per quale motivo dovrei cederti tutti i diritti gratis? A te e addirittura  ai tuoi sponsor? Cambia pusher e … pedala !

Questi sono i primi tre che mi sono venuti in mente.

 

LA STRADA (# Primavera 2017)

Nel giorno del mio quarantanovesimo compleanno ho ricevuto una bella notizia. Il mio lavoro sul tempio Sikh di Cortenuova (BG) è stato pubblicato sul numero di esordio di LA STRADA, magazine on line di fotogiornalismo e reportage.  Grazie ad Alex Coghe, editore della rivista, che mi ha dato questa opportunità.

La rivista è acquistabile on line cliccando QUI

LA-STRADA

 

Giuseppe Giupponi #BellaCiao

Fuì

Giuseppe si è svegliato presto oggi, l’alba è ancora lontana ma lui non riesce più a prendere sonno; fuori dalla finestra socchiusa la primavera comincia a svegliarsi nella valle e l’aria è gelida e frizzante: è aria di festa. Già da qualche giorno San Giovanni Bianco è in fermento: le donne rattoppano i vestiti sfatti dalla guerra mentre gli uomini si prodigano nei campi o recuperano le scorte di cibo nascoste da tempo in cantina.

Le persone hanno ripreso a passeggiare fino a tarda sera per le strade, niente più coprifuoco, e non mancano mai di elargire grandi sorrisi a Giuseppe quando lo incontrano, per caso, lungo la loro via; così lui si trova a sfilare puntualmente tra i cappelli sollevati dei gentiluomini e le risate cristalline delle ragazze. Dentro di sé anche lui ride, e nella sua risata non c’è solo gioia: c’è la beffa, c’è l’amarezza, ma anche il sollievo di una guerra finita.

É il 25 aprile 1945, tra i mille pensieri Giuseppe Giupponi, 15 anni, si rigira nel letto. Sarà davvero una giornata di gran festa, e lui verrà portato in trionfo, come un piccolo grande eroe, tra tutti i suoi compagni; perché Giuseppe è un partigiano. Si ritrova ad immaginarsi un lungo corteo festante che arriva fin davanti al municipio, attraversando il ponte sul Brembo; la folla che grida forte il suo nome, gente che arriva da Fuipiano e San Pietro e si riversa festosa nella piazza cantando bandiera rossa…

Ma che ne sa la folla? É davvero un eroe lui? Per tutto il tempo che è stato lassù sulle montagne ha avuto paura, una fifa nera, anzi no, non una paura ma tante: la paura di morire, di essere torturato, di essere catturato e internato in un campo di concentramento, di essere tradito dai suoi stessi compagni, o da una bella ragazza incontrata sul sentiero. Paura di dover sparare e uccidere, di nuovo.

Hanno paura gli eroi?

Giuseppe Giupponi Fuì
Giuseppe Giupponi Fuì

Allunga la mano e da sotto il letto estrae un cappello militare, uno dei trofei che ha portato dalla montagna, insieme allo sten e a una pistola steiner senza proiettili.

Il cappello è troppo grande per lui, in tessuto scuro, al centro, scintillante, una stella rossa di stoffa era stata cucita sopra un teschio di metallo. Orgoglioso ripensa a come se l’è guadagnato, e gli occhi si velano di pianto. Erano le otto del mattino, quel 27 giugno 1944, il suo primo giorno come parte integrante dell’86a Brigata Garibaldi “Issel”, attiva in Val Taleggio. Uscì di casa senza salutare la mamma e il papà, con un pacco di lettere nascosto sotto la camicia. Consegnare la posta dei compagni fermi sulle montagne era il suo primo incarico ufficiale. La brigata era un po’ come una seconda famiglia, un gruppo di amici che badava a lui, il più piccolo della compagnia, mentre lui imparava da loro come si diventa adulti. Gli avevano dato anche un nuovo nome, non il Bepi dolce che usava la mamma, un nome di battaglia: Fuì, faina, perchè grazie al corpo di fanciullo era il più agile e veloce dei partigiani della Val Taleggio. Dal ciclista del paese prese in prestito una bicicletta scassata e si avviò, accompagnato all’orizzonte dal Cancervo e dal Sornadello e con il torrente Enna, roboante e pauroso, che gli scorreva accanto, poi un posto di blocco. Di fronte a lui un uomo bello e alto, con un cappello fascista ma una divisa sporca, rattoppata e lo sten senza calcio stretto tra le mani: “Dove vai?” chiese. Attorno a lui gli altri partigiani ascoltavano curiosi. Fuì mostrò il dispaccio che lo qualificava come staffetta e un giovane, Bruno, gli prese la bicicletta e si incaricò di consegnarlo al comandante.

Che giornata era stata! Aveva conosciuto tutta la brigata, una sorta di ciurma piratesca che parlava i più svariati dialetti lombardi. Con loro aveva mangiato un minestrone raffazzonato, cucinato dal caporale Manzù, riso e cantato. “Com’è che porti un cappello fascista?” “Apparteneva a un povero brigatanerista che accalappiai durante una missione notturna, ho solo cucito una stella rossa sopra quella brutta testa di morto!” “Piacerebbe anche a me averne uno…” ; “Se è solo per questo te lo prometto ! Prima o poi mi capiterà sotto mano un fascista, o meglio ancora un crucco…”

E le ore erano passate co leggerezza fino all’arrivo della notizia: i fascisti avevano programmato un rastrellamento per l’indomani e a Rino e i suoi sarebbe toccato di riceverli. L’aria si fece tesa, nuvole nere offuscarono il cielo, era ora per Fuì di ritornare a casa. Mentre lo accompagnava lungo il sentiero Rino gli chiese di andare dalla moglie a Villa d’Almè, per favore, e dirle di rimandare la sua visita in Val Taleggio. Prima di salutarlo schioccò un grosso bacio sulla sua fronte: “portalo da lei.” disse, mentre sulla guancia di Fuì scorreva, chi può dirlo, una lacrima del capoblocco o un goccia di pioggia; “E tu ricordati la promessa del cappello!”, fu l’ultima raccomandazione della staffetta mentre prendeva a sfrecciare verso il paese e Rino, alle sue spalle, lo rassicurava.

A Villa però la moglie di Rino non c’era, Bepi allora se ne tornò a casa dove la mamma preparava la cena e il papà leggeva il Corriere dal titolo “Torna in Italia la Monte Rosa”.

Alle tre di notte un gran baccano svegliò tutta la famiglia: le strade erano piene di autocarri, motociclette, camion e autoblindo. Seguendo la scia luminosa dei fari in colonna era chiaro che si dirigevano sopra la Roncaglia, verso il rifugio di Rino e dei suoi compagni. Si rimise a letto e si addormentò, sognando le imprese eroiche dei pirati della Val Taleggio.

Alle sette uscì di casa; capannelli di persone, sul ciglio della strada, parlavano di un rastrellamento. I tedeschi erano tornati e pure i fascisti avevano lasciato le montagne. Fuì e alcuni amici, curiosi e preoccupati per l’esito dello scontro, partirono senza perdere un secondo verso il rifugio partigiano. Pedalando sempre più veloce superarono la Roncaglia, e poi più in là il punto in cui Rino gli aveva promesso il cappello la prima volta, e più Giuseppe proseguiva, più aumentava la paura, tramutandosi in vertigine, finché non fu costretto a proseguire a piedi sul sentiero. Ad un tratto un grido: “Sono dei nostri!”, li accolse. Ecco i compagni! Gli corse in contro e li abbracciò, erano dodici e Rino non era tra loro.

Eccolo poco più in là, disteso a terra con gli occhi socchiusi puntati verso il cielo, una stella rossa color del sangue gli brillava sul petto. Fuì guardò la stella, le forze lasciarono le sue gambe e gli occhi smisero di vedere. Rino e Manzù erano rimasti, soli contro l’esercito di uomini in divisa nera, per cercare di bloccarne l’avanzata e permettere agli altri partigiani di ritirarsi: entrambi erano caduti.

Quando rinvenne si trovò di fronte una donna bella la cui voce lo accarezzò nel risveglio; gli porgeva il cappello del capo: “Tieni, ricordalo sempre il mio Rino.”. Gli altri le avevano raccontato la promessa.

Fuì l’abbracciò, le diede quel bacio forte che Rino gli aveva affidato appena il giorno prima, e che aveva conservato per lei, e pianse, pianse così tanto che la paura, per qualche momento, se ne andò via.

(di Elisa Iscandri)

***

Il primo partigiano che vi ho presentato, attraverso il bellissimo racconto di Elisa Iscandri, è Giuseppe Giuppponi; nome di battaglia Fuì.
Tarcisio Bottani; scrittore, giornalista e amico personale di Fuì è autore invece della sua biografia che potete leggere di seguito.
Quando ho conosciuto Fuì purtroppo era già sofferente e di lì a poco è venuto a mancare. Per questo motivo, per rendergli omaggio e dargli uno spazio d’onore in questo progetto, voglio cominciare da Lui. Ciao Fuì e grazie.

Giuseppe Giupponi, nato nel 1929 a San Giovanni Bianco, a quindici anni lasciò la scuola per unirsi ai partigiani dell’86ª Brigata Garibaldi operante in Val Taleggio.
Dopo la Liberazione, completati gli studi, divenne maestro elementare, attività che svolse al suo paese per oltre trent’anni.
Contemporaneamente intraprese la politica attiva: dopo un periodo di iniziale militanza nel Partico Comunista Italiano, se ne distaccò a seguito dei fatti d’Ungheria per aderire, nel 1965, al Partito Socialista Italiano.
A partire dagli anni Sessanta fu costantemente consigliere comunale e capogruppo socialista nel comune di San Giovanni Bianco, costantemente all’opposizione in Amministrazioni guidate da giunte sostenute dalla Democrazia Cristiana.
Fu quindi per vari mandati consigliere socialista nell’Amministrazione provinciale, sempre all’opposizione di maggioranze democristiane, e consigliere nell’Assemblea della Comunità Montana della Valle Brembana.
Dagli anni Ottanta divenne un esponente di punta del socialismo bergamasco, schierandosi nell’area della sinistra lombardiana, alternativa alla maggioranza craxiana e diventando per un biennio segretario provinciale del PSI.
Negli anni Novanta, dopo i cambiamenti degli scenari politici nazionali seguiti alla caduta del Comunismo, il ruolo politico-amministrativo di Giupponi cambiò radicalmente, passando dall’opposizione alla maggioranza: fu quindi vicesindaco e assessore alla Cultura nel Comune di San Giovanni Bianco (dal 1995 al 1999), assessore all’Istruzione nella Giunta provinciale (dal 1990 al 1995) e presidente dell’Assemblea della Comunità Montana.
Parallelamente alla vita pubblica si dedicò alla ricerca storica e all’attività editoriale.
Dopo aver collaborato all’opera Le brigate Garibaldi nella Resistenza, nel 1984 pubblicò il suo primo libro “Da una parte sola” che contiene pagine di diario del periodo della Resistenza e una dozzina di racconti dedicati alla sua esperienza partigiana e di militante socialista.
Le altre sue opere sono: “Un po’ di storia di San Giovanni Bianco e degli ex Comuni di Fuipiano al Brembo, San Gallo e San Pietro d’Orzio” (1987); “La Resistenza in Valle Brembana” (1994), con Tarcisio Bottani e Felice Riceputi; “Valle Brembana due secoli: ‘800 e ‘900” (1997); “I senza nome”. “Storie della Resistenza bergamasca” (2001) con Tarcisio Bottani; “La piccola e la grande storia degli Alpini di San Giovanni Bianco e Camerata Cornello” (2002); “Cognomi e Famiglie delle Valli Brembana e Imagna “(2007). Dopo l’uscita del libro sulla Resistenza brembana, per Giupponi iniziò un lungo periodo di impegno finalizzato alla divulgazione dei valori e degli ideali che furono alla base della sua esperienza partigiana. Nei numerosissimi incontri che aveva con gli studenti della Valle Brembana e della Provincia e con le Associazioni culturali e politiche, portava la sua testimonianza di giovane partigiano e sosteneva con grande passione i valori della democrazia e dell’antifascismo.
Impegno rivolto in particolare alle giovani generazioni, che si può sintetizzare con l’epigrafe da lui dettata per il monumento al partigiano Enrico Rampinelli, medaglia d’oro della Resistenza, eretto per sua iniziativa nei giardini pubblici di San Giovanni Bianco:
“Ferma, bambino,
per un momento
il tuo gioco.
Siedi accanto,
ti racconto la storia
della libertà”.

Da un suo intervento al Comitato provinciale dell’ANPI

Ero il più piccolo membro dell’86.ma Brigata Garibaldi “Issel”. All’epoca ero un giovinetto ed ero soprannominato “Fuì”.
Ricordo molto bene quei tragici anni: lottare contro al regime non era facile. Noi partigiani avevamo a disposizione poche armi, la cui potenza non era nemmeno lontanamente paragonabile a quella degli autoblindo, dei mortai e delle mitragliatrici dei nazifascisti. Alcuni ricordano i partigiani come quelli che scappavano, ma spesso non si poteva fare diversamente: come facevamo a combattere avendo solamente qualche colpo di fucile? L’unico modo era colpire e fuggire, non si poteva fare altrimenti. Inizialmente non era semplice organizzarsi: la lotta partigiana era diversa dalle altre guerre e l’abbiamo sperimentata per primi sulla nostra pelle. La nostra compagna era la paura: vivevamo con il terrore di essere catturati e torturati e, nel caso fossimo stati arrestati, di non sapere che cosa dire ai fascisti o di tradire i propri compagni.
Man mano, poi, siamo riusciti a organizzarci meglio e ad effettuare attacchi più efficaci: le formazioni partigiane nascevano spontaneamente dando vita a gruppi che poi diventavano bande e infine brigate, dandosi una struttura operativa.
Un ruolo importante, insieme ai partigiani, l’hanno avuto le comunità e le persone che li aiutavano, li coprivano e li ospitavano e le donne che facevano da staffetta.
La liberazione dell’Italia ci lascia una grande eredità, la libertà, che è come l’aria: è fondamentale per vivere ma ce ne si rende conto solo quando manca.
In un periodo storico difficile, come quello che stiamo vivendo attualmente, è necessario mantenere alta la guardia: dinanzi a fatti come quelli di Rovetta, di Seriate o di diverse parti d’Italia e d’Europa (manifestazioni di propaganda fascista n.d.r.), vanno ribaditi gli ideali della Resistenza, a cominciare dall’opposizione al regime liberticida e razzista.
Spesso si dice che Benito Mussolini ha fatto belle cose, ma ci si dimentica che ha dichiarato la guerra a 40 stati e che ha varato le leggi razziali, divenendo corresponsabile della morte di 6 milioni di ebrei e di vittime innocenti.

Giochi estivi … (per fotografi)

D’estate, in vacanza, al mare; mi trovo spesso nella condizione mentale ideale per giocare, per divertirmi, per sperimentare cose nuove o ripercorrere vecchi percorsi che da tempo giacciono  in qualche cassetto del  cervello ed è bello riesumarli. Mi sono divertito  giocando con flash, movimento e tempi un po’ più lunghi del normale ..

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Ho messo a fuoco da lontano, mi sono avvicinato e mentre mi allontanavo velocemente ho scattato la foto con il flash della compatta con l’opzione Slow Sync attiva.
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Ho messo a fuoco da vicino, mi sono allontanato e ho scattato la foto mentre mi riavvicinavo velocemente, sempre con il flash in Slow Sync
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Dopo aver messo a fuoco ho scattato con il flash in Slow Sync ruotando la fotocamera sull’asse dell’ottica

Si esagera con i controluce sempre sfruttando il flash della piccola compatta.

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E infine si gioca con le doppie esposizioni, che tanti anni fa erano richiestissime dagli sposi. All’inizio si facevano in camera oscura; si componevano i famosi sandwich sovrapponendo due negativi e poi via in camera oscura con qualche accorgimento in mascheratura per ottimizzare la qualità finale della stampa. Poi con l’esperienza si faceva tutto direttamente in ripresa ricaricando la reflex tenendo premuto un pulsantino che sganciava dal meccanismo di ricarica il tamburo di riavvolgimento della pellicola. Oggi la maggior parte delle fotocamere digitali hanno la funzione MultiExpos che permette di fare la stessa cosa.

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Per chi non l’avesse capito siamo stati in Grecia.
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Stessa foto rifatta con un punto di vista diverso sia per la bandiera che per il soggetto
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Il bagnasciuga prima e il ritratto poi
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Madre e figlia hanno lo stesso profilo
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Prima il cielo blu con qualche nuvola e poi il ritratto
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Fino a spingersi al limite …

L’estate continua e anche la voglia di divertirsi, di sperimentare, di giocare.

Per chi fosse interessato anche alla fotocamera, queste foto sono state realizzate con Fujifilm XQ1, la mia minchietta da taschino. La XQ1 è una compatta di fascia alta, con un’ottica particolarmente luminosa e di elevata qualità (F1,8). Mi trovo molto bene, soprattutto per la sua dimensione e peso ridotti pur essendo di ottima qualità. Ha diverse funzioni interessanti tra cui la “simulazione pellicola” che predisposta i settaggi in modo che le foto assumano un aspetto del tutto simile alle famose pellicole Fuji. Io adoro la Velvia.

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