Albino Previtali #BellaCiao

Albino soffre di claustrofobia e ha il terrore dei bombardamenti. Da quel giorno, quando stava lavorando in fabbrica a Dalmine e un bombardamento ha ferito lui e ucciso un sacco di operai.
Ora, in quella stramaledetta cella, ogni volta che arrivano a gli aeroplani a bombardare Milano, li costringono a stare li ammucchiati a terra, avvinghiati e uno sopra l’altro, e lui non respira, si sente soffocare e ha paura di morire.
Per fortuna quella sera uno dei suoi carcerieri ha pietà di lui e gli ordina di aiutarlo a portare il secchio della sbobba per dare da mangiare ai prigionieri. Partigiani di tutte le età e provenienti da tutta Italia. Uomini e donne rinchiusi, maltrattati e torturati nel carcere di San Vittore. Qualcuno di loro  é a dir poco devastato dalle torture dei nazifascisti e dei tedeschi.
Anche Albino è un partigiano; è scappato da Dalmine dopo il bombardamento e si è unito alla sua brigata per combattere i fascisti; per la libertà.
Poi qualcuno ha tradito e li hanno presi tutti.
Albino Previtali @andrea::tognoli
Albino Previtali
@andrea::tognoli
Ora è lì in piedi impaurito, con il secchio della sbobba in mano, mentre aprono la porta dell’ala femminile del carcere di San Vittore. Proprio nella prima cella una donna si avvicina a lui e al suo carceriere e mostrando un seno straziato dalle torture chiede loro aiuto e pietà.
Albino pensa in continuazione a questo episodio: “anche quello mi hanno tolto !”, pensa, “la prima volta che ho visto il seno di una donna è stato li, e ho visto la sofferenza invece dell’amore”. La prigionia, la guerra, i nazifascisti gli avevano portato via l’amore. Gli avevano portato via l’amore, ma non sarebbero riusciti a portargli via la libertà.
La libertà ha vinto, la Resistenza ha sconfitto il nazifascismo e l’Italia é stata liberata.

Vitali Pierina Maria #BellaCiao

Vitali Pierina Maria (Piera)

Dal finestrino del torpedone Piera guarda sfrecciare nella notte la pianura lombarda.

Ha i capelli castani, così chiari che sotto i raggi del sole mandano dei raggi biondi, e due occhi azzurri e stupiti che scrutano quell’orizzonte che si fa nuovo ma mano che ci si allontana da Milano. La si potrebbe scambiare per una bella ragazza di ventun anni che parte per un viaggio, per amore o per lavoro poco importa, per assaggiare la sua giovinezza e quel mondo tormentato che, nel 1944, non era poi così grande; invece se la si fosse guardata meglio si sarebbe notata la borsa logora al collo, la vestaglia del carcere che le arrivava alle ginocchia e forse negli occhi un osservatore attento avrebbe potuto intuire dei lampi di coraggio e l’ingenuità di quei ventun anni, compiuti pochi giorni prima a San Vittore.

In prigione ci era finita una manciata di settimane dopo la strage di piazzale Loreto dove, il 10 agosto 1944, quindici partigiani prelevati dal carcere erano stati assassinati dai militari dell’ RSI e i loro cadaveri esposti al pubblico. Nelle celle di San Vittore erano rinchiusi tanti compagni di lotta.  Piera era tra le ragazze più giovani laggiù quindi, in molti, l’avevano presa a cuore: come la dottoressa Bovelli, la direttrice del sanatorio, che riusciva sempre a trovare il modo di farle arrivare un poco di cibo in più, o le mogli dei partigiani, che venivano arrestate e trattenute per alcune settimane, per far da esca sperando che i mariti si costituissero, che la trattavano come una figlia a cui badare.

Dal canto suo Piera cercava di aiutare le donne in difficoltà che incontrava quotidianamente; ad una compagna di cella che doveva essere deportata in un campo di concentramento aveva donato tutti i suoi indumenti di lana; per questo ora, sul torpedone, nella sua borsa custodiva solo un asciugamano.

Anni dopo Piera si sarebbe ricordata del carcere come un posto in cui ci si voleva bene e, anzi, si stava quasi bene. Quando l’avevano portata lì ancora non lo sapeva; non sapeva che si sarebbe ritrovata circondata dall’affetto dei suoi compagni.

L’avevano presa a novembre. Era ricercata dappertutto come “la biondina della Val Taleggio”, dipinta come una pericolosa brigantessa e lei, che a diciannove anni già sapeva molto della guerra, per fascisti e nazisti era pericolosa davvero.

Il perché quella ragazzetta mingherlina fosse diventata una pericolosa latitante è presto detto: le era stata assegnata la missione di catturare Dick,  un ufficiale della Gestapo, e lei lo aveva fatto. La casa di Dick, a Sant’Omobono, era una grande villa dirimpetto alla caserma delle Brigate Nere. Come fare?

Il piano era pittoresco quanto geniale: Piera si sarebbe travestita da contadina e, con la scusa di dover consegnare delle formaggelle, sarebbe entrata in casa e avrebbe disarmato Dick. Il giorno del sequestro le tremavano le mani e gli occhi andavano in continuazione a controllare la pistola, nascosta nella cesta piena di formaggi; con il fiato corto bussò alla porta della grande casa e tutte le paure e le incertezze che le affollavano la testa sparirono non appena vide apparire sull’uscio  una divisa SS linda e stirata che aveva al suo interno l’uomo che aveva fatto deportare tanti e tanti abitanti della valle Imagna.

Una volta catturato Dick lei e i suoi compagni avevano concluso uno scambio riuscendo a liberare alcuni degli arrestati durante un rastrellamento.

Piera era così orgogliosa di essere riuscita, sola, nella missione, e ne parlava ridendo con gli amici sulle montagne. Aveva capito di essere una donna forte, piena di sangue freddo e determinazione, e ne era fiera.

Vitali Pierina Maria (Piera)
Vitali Pierina Maria (Piera)

Poi era stata arrestata.

A Primaluna, in Val Sassina, da tempo si temeva un rastrellamento e a Piera era stata affidata la moglie di un comandante partigiano con l’ordine di portarla in salvo.

Mentre scendevano a valle, lungo la strada un posto di blocco. Piera non aveva documenti: era ricercata ovunque e l’ultima cosa che voleva era farsi riconoscere. Subito venne portata alla caserma, mentre tentava di stracciare, distruggere e far sparire per sempre la lettera di presentazione che avrebbe dovuto fornire alla brigata partigiana da cui si stava dirigendo. I tentativi furono vani, Piera venne identificata proprio come quella biondina che da giorni i nazifascisti cercavano in ogni paese dalla Val Taleggio alla Val Sassina.

Poi era stata torturata.

Con la schiena contro il muro i fascisti si divertivano a fare a gara a chi le sparava più vicino, mentre lei cercava di non muoversi e di non piangere. Volevano sapere i piani della brigata a cui lei apparteneva, l’86a Garibaldi, ma tutto quello che Piera  sapeva lo aveva nascosto in un angolino del cuore dove non si poteva arrivare né con gli spari né con gli schiaffi, e nessun insulto o minaccia, nemmeno il peggiore, potevano sbrogliare quel nodo alla gola che le faceva tenere ben strette le parole preziose dette con i compagni qualche giorno prima.

Le belve fasciste si erano stancate delle torture prima che lei cedesse.

Dopo c’era stato il carcere di Monza, e poi San Vittore, e alla fine questo torpedone che la stava portando verso un campo di internamento, circondata da facce rassegnate e assenti. Gli occhi di Piera incrociano lo sguardo dell’uomo alto seduto di fronte a lei: sono occhi vispi e attenti, scattano da una parte all’altra del pullman, instancabili.

Lei sorride mentre il lago di Garda fuori da finestrino le riempie gli occhi di azzurro.

L’uomo alto si guarda attorno, poi solo un fragore di vetri e nell’arco di pochi secondi lui e altre due persone sono sparite lanciandosi dal finestrino. Piera guarda quel varco verso la strada, non pensa nemmeno e si butta:

non è ancora venuto il momento di rinunciare alla libertà.

(di Elisa Iscandri)

La seconda partigiana che vi ho presentato, sempre con un racconto di Elisa Iscandri, è una donna con un’energia devastante, nonostante la sua non più tenera età. Ho conosciuto la Piera a casa sua in un soleggiato pomeriggio primaverile. Il sole che entrava dalla finestra le illuminava il viso e faceva splendere la sua invidiabile bellezza. La sua testimonianza rende merito a tutte le donne che parteciparono alla lotta per la liberazione dalla tirannia nazifascista. Furono molte e il loro coraggio e la loro determinazione diedero un contributo fondamentale alla vittoria partigiana.
La sua biografia è ancora una volta di Tarcisio Bottani; scrittore, giornalista e amico personale di Piera.

PIERA VITALI “LA BIONDINA DELLA VAL TALEGGIO”
Nata in una minuscola contrada della Val Taleggio, Piera Vitali si avvicinò all’86.ma brigata Garibaldi “Issel” operante in Valle seguendo il fratello Vitalino che della brigata era commissario politico.
Coraggiosa, e forse inconsapevole dei rischi che correva, si prestò a fare la staffetta, tenendo i collegamenti con i vari nuclei della brigata e con i partigiani della Valsassina.
L’operazione che l’ha resa famosa per l’audacia che la caratterizzò, fu la cattura di un grosso esponente della Gestapo di stanza a Monza, il colonnello Dick, condotta a termine l’8 ottobre 1944 grazie al determinante contributo della Piera.
Il movimento partigiano aveva deciso di catturare Dick perché, dirigente di uno stabilimento, aveva inviato molto spesso in Germania manodopera considerata a lui inservibile, inoltre i comandanti della “Issel” ritenevano di potersene servire per lo scambio con prigionieri partigiani in mano ai nazifascisti. Dick abitava a Sant’Omobono Imagna, in una villa posta di fronte alla caserma della Brigata Nera e per questo era difficile sequestrarlo. La sua cattura fu possibile grazie allo stratagemma della Piera che entrò armata nella sua casa, fingendo di essere una contadina che gli portava delle forme di taleggio, e riuscì ad arrestarlo, consegnandolo poi ai compagni.
Effettivamente Dick, una volta nelle mani della brigata, divenne preziosa merce di scambio con alcuni partigiani catturati dai nazifascisti durante il rastrellamento del12 ottobre. Liberato grazie allo scambio, Dick tornò al suo lavoro a Monza.
La Piera subirà invece le conseguenze della sua audace azione: attivamente ricercata come la “biondina della Val Taleggio” venne arrestata all’inizio di novembre durante una missione a Introbio. Verrà riconosciuta proprio da Dick come responsabile del suo sequestro e imprigionata.
Dopo un periodo di dura detenzione nelle carceri di Monza e di San Vittore, fu inviata in un campo di concentramento tedesco, ma durante il viaggio ebbe modo di dimostrare ancora una volta il suo coraggio: nei pressi di Malcesine il pullman che la stava trasportando in Germania ebbe un incidente e la Piera, assieme ad alcuni compagni riuscì fortunosamente a scappare e a tornare a Bergamo, da dove poi raggiunse la sua Valle per riprendere la lotta partigiana.

Giuseppe Giupponi #BellaCiao

Fuì

Giuseppe si è svegliato presto oggi, l’alba è ancora lontana ma lui non riesce più a prendere sonno; fuori dalla finestra socchiusa la primavera comincia a svegliarsi nella valle e l’aria è gelida e frizzante: è aria di festa. Già da qualche giorno San Giovanni Bianco è in fermento: le donne rattoppano i vestiti sfatti dalla guerra mentre gli uomini si prodigano nei campi o recuperano le scorte di cibo nascoste da tempo in cantina.

Le persone hanno ripreso a passeggiare fino a tarda sera per le strade, niente più coprifuoco, e non mancano mai di elargire grandi sorrisi a Giuseppe quando lo incontrano, per caso, lungo la loro via; così lui si trova a sfilare puntualmente tra i cappelli sollevati dei gentiluomini e le risate cristalline delle ragazze. Dentro di sé anche lui ride, e nella sua risata non c’è solo gioia: c’è la beffa, c’è l’amarezza, ma anche il sollievo di una guerra finita.

É il 25 aprile 1945, tra i mille pensieri Giuseppe Giupponi, 15 anni, si rigira nel letto. Sarà davvero una giornata di gran festa, e lui verrà portato in trionfo, come un piccolo grande eroe, tra tutti i suoi compagni; perché Giuseppe è un partigiano. Si ritrova ad immaginarsi un lungo corteo festante che arriva fin davanti al municipio, attraversando il ponte sul Brembo; la folla che grida forte il suo nome, gente che arriva da Fuipiano e San Pietro e si riversa festosa nella piazza cantando bandiera rossa…

Ma che ne sa la folla? É davvero un eroe lui? Per tutto il tempo che è stato lassù sulle montagne ha avuto paura, una fifa nera, anzi no, non una paura ma tante: la paura di morire, di essere torturato, di essere catturato e internato in un campo di concentramento, di essere tradito dai suoi stessi compagni, o da una bella ragazza incontrata sul sentiero. Paura di dover sparare e uccidere, di nuovo.

Hanno paura gli eroi?

Giuseppe Giupponi Fuì
Giuseppe Giupponi Fuì

Allunga la mano e da sotto il letto estrae un cappello militare, uno dei trofei che ha portato dalla montagna, insieme allo sten e a una pistola steiner senza proiettili.

Il cappello è troppo grande per lui, in tessuto scuro, al centro, scintillante, una stella rossa di stoffa era stata cucita sopra un teschio di metallo. Orgoglioso ripensa a come se l’è guadagnato, e gli occhi si velano di pianto. Erano le otto del mattino, quel 27 giugno 1944, il suo primo giorno come parte integrante dell’86a Brigata Garibaldi “Issel”, attiva in Val Taleggio. Uscì di casa senza salutare la mamma e il papà, con un pacco di lettere nascosto sotto la camicia. Consegnare la posta dei compagni fermi sulle montagne era il suo primo incarico ufficiale. La brigata era un po’ come una seconda famiglia, un gruppo di amici che badava a lui, il più piccolo della compagnia, mentre lui imparava da loro come si diventa adulti. Gli avevano dato anche un nuovo nome, non il Bepi dolce che usava la mamma, un nome di battaglia: Fuì, faina, perchè grazie al corpo di fanciullo era il più agile e veloce dei partigiani della Val Taleggio. Dal ciclista del paese prese in prestito una bicicletta scassata e si avviò, accompagnato all’orizzonte dal Cancervo e dal Sornadello e con il torrente Enna, roboante e pauroso, che gli scorreva accanto, poi un posto di blocco. Di fronte a lui un uomo bello e alto, con un cappello fascista ma una divisa sporca, rattoppata e lo sten senza calcio stretto tra le mani: “Dove vai?” chiese. Attorno a lui gli altri partigiani ascoltavano curiosi. Fuì mostrò il dispaccio che lo qualificava come staffetta e un giovane, Bruno, gli prese la bicicletta e si incaricò di consegnarlo al comandante.

Che giornata era stata! Aveva conosciuto tutta la brigata, una sorta di ciurma piratesca che parlava i più svariati dialetti lombardi. Con loro aveva mangiato un minestrone raffazzonato, cucinato dal caporale Manzù, riso e cantato. “Com’è che porti un cappello fascista?” “Apparteneva a un povero brigatanerista che accalappiai durante una missione notturna, ho solo cucito una stella rossa sopra quella brutta testa di morto!” “Piacerebbe anche a me averne uno…” ; “Se è solo per questo te lo prometto ! Prima o poi mi capiterà sotto mano un fascista, o meglio ancora un crucco…”

E le ore erano passate co leggerezza fino all’arrivo della notizia: i fascisti avevano programmato un rastrellamento per l’indomani e a Rino e i suoi sarebbe toccato di riceverli. L’aria si fece tesa, nuvole nere offuscarono il cielo, era ora per Fuì di ritornare a casa. Mentre lo accompagnava lungo il sentiero Rino gli chiese di andare dalla moglie a Villa d’Almè, per favore, e dirle di rimandare la sua visita in Val Taleggio. Prima di salutarlo schioccò un grosso bacio sulla sua fronte: “portalo da lei.” disse, mentre sulla guancia di Fuì scorreva, chi può dirlo, una lacrima del capoblocco o un goccia di pioggia; “E tu ricordati la promessa del cappello!”, fu l’ultima raccomandazione della staffetta mentre prendeva a sfrecciare verso il paese e Rino, alle sue spalle, lo rassicurava.

A Villa però la moglie di Rino non c’era, Bepi allora se ne tornò a casa dove la mamma preparava la cena e il papà leggeva il Corriere dal titolo “Torna in Italia la Monte Rosa”.

Alle tre di notte un gran baccano svegliò tutta la famiglia: le strade erano piene di autocarri, motociclette, camion e autoblindo. Seguendo la scia luminosa dei fari in colonna era chiaro che si dirigevano sopra la Roncaglia, verso il rifugio di Rino e dei suoi compagni. Si rimise a letto e si addormentò, sognando le imprese eroiche dei pirati della Val Taleggio.

Alle sette uscì di casa; capannelli di persone, sul ciglio della strada, parlavano di un rastrellamento. I tedeschi erano tornati e pure i fascisti avevano lasciato le montagne. Fuì e alcuni amici, curiosi e preoccupati per l’esito dello scontro, partirono senza perdere un secondo verso il rifugio partigiano. Pedalando sempre più veloce superarono la Roncaglia, e poi più in là il punto in cui Rino gli aveva promesso il cappello la prima volta, e più Giuseppe proseguiva, più aumentava la paura, tramutandosi in vertigine, finché non fu costretto a proseguire a piedi sul sentiero. Ad un tratto un grido: “Sono dei nostri!”, li accolse. Ecco i compagni! Gli corse in contro e li abbracciò, erano dodici e Rino non era tra loro.

Eccolo poco più in là, disteso a terra con gli occhi socchiusi puntati verso il cielo, una stella rossa color del sangue gli brillava sul petto. Fuì guardò la stella, le forze lasciarono le sue gambe e gli occhi smisero di vedere. Rino e Manzù erano rimasti, soli contro l’esercito di uomini in divisa nera, per cercare di bloccarne l’avanzata e permettere agli altri partigiani di ritirarsi: entrambi erano caduti.

Quando rinvenne si trovò di fronte una donna bella la cui voce lo accarezzò nel risveglio; gli porgeva il cappello del capo: “Tieni, ricordalo sempre il mio Rino.”. Gli altri le avevano raccontato la promessa.

Fuì l’abbracciò, le diede quel bacio forte che Rino gli aveva affidato appena il giorno prima, e che aveva conservato per lei, e pianse, pianse così tanto che la paura, per qualche momento, se ne andò via.

(di Elisa Iscandri)

***

Il primo partigiano che vi ho presentato, attraverso il bellissimo racconto di Elisa Iscandri, è Giuseppe Giuppponi; nome di battaglia Fuì.
Tarcisio Bottani; scrittore, giornalista e amico personale di Fuì è autore invece della sua biografia che potete leggere di seguito.
Quando ho conosciuto Fuì purtroppo era già sofferente e di lì a poco è venuto a mancare. Per questo motivo, per rendergli omaggio e dargli uno spazio d’onore in questo progetto, voglio cominciare da Lui. Ciao Fuì e grazie.

Giuseppe Giupponi, nato nel 1929 a San Giovanni Bianco, a quindici anni lasciò la scuola per unirsi ai partigiani dell’86ª Brigata Garibaldi operante in Val Taleggio.
Dopo la Liberazione, completati gli studi, divenne maestro elementare, attività che svolse al suo paese per oltre trent’anni.
Contemporaneamente intraprese la politica attiva: dopo un periodo di iniziale militanza nel Partico Comunista Italiano, se ne distaccò a seguito dei fatti d’Ungheria per aderire, nel 1965, al Partito Socialista Italiano.
A partire dagli anni Sessanta fu costantemente consigliere comunale e capogruppo socialista nel comune di San Giovanni Bianco, costantemente all’opposizione in Amministrazioni guidate da giunte sostenute dalla Democrazia Cristiana.
Fu quindi per vari mandati consigliere socialista nell’Amministrazione provinciale, sempre all’opposizione di maggioranze democristiane, e consigliere nell’Assemblea della Comunità Montana della Valle Brembana.
Dagli anni Ottanta divenne un esponente di punta del socialismo bergamasco, schierandosi nell’area della sinistra lombardiana, alternativa alla maggioranza craxiana e diventando per un biennio segretario provinciale del PSI.
Negli anni Novanta, dopo i cambiamenti degli scenari politici nazionali seguiti alla caduta del Comunismo, il ruolo politico-amministrativo di Giupponi cambiò radicalmente, passando dall’opposizione alla maggioranza: fu quindi vicesindaco e assessore alla Cultura nel Comune di San Giovanni Bianco (dal 1995 al 1999), assessore all’Istruzione nella Giunta provinciale (dal 1990 al 1995) e presidente dell’Assemblea della Comunità Montana.
Parallelamente alla vita pubblica si dedicò alla ricerca storica e all’attività editoriale.
Dopo aver collaborato all’opera Le brigate Garibaldi nella Resistenza, nel 1984 pubblicò il suo primo libro “Da una parte sola” che contiene pagine di diario del periodo della Resistenza e una dozzina di racconti dedicati alla sua esperienza partigiana e di militante socialista.
Le altre sue opere sono: “Un po’ di storia di San Giovanni Bianco e degli ex Comuni di Fuipiano al Brembo, San Gallo e San Pietro d’Orzio” (1987); “La Resistenza in Valle Brembana” (1994), con Tarcisio Bottani e Felice Riceputi; “Valle Brembana due secoli: ‘800 e ‘900” (1997); “I senza nome”. “Storie della Resistenza bergamasca” (2001) con Tarcisio Bottani; “La piccola e la grande storia degli Alpini di San Giovanni Bianco e Camerata Cornello” (2002); “Cognomi e Famiglie delle Valli Brembana e Imagna “(2007). Dopo l’uscita del libro sulla Resistenza brembana, per Giupponi iniziò un lungo periodo di impegno finalizzato alla divulgazione dei valori e degli ideali che furono alla base della sua esperienza partigiana. Nei numerosissimi incontri che aveva con gli studenti della Valle Brembana e della Provincia e con le Associazioni culturali e politiche, portava la sua testimonianza di giovane partigiano e sosteneva con grande passione i valori della democrazia e dell’antifascismo.
Impegno rivolto in particolare alle giovani generazioni, che si può sintetizzare con l’epigrafe da lui dettata per il monumento al partigiano Enrico Rampinelli, medaglia d’oro della Resistenza, eretto per sua iniziativa nei giardini pubblici di San Giovanni Bianco:
“Ferma, bambino,
per un momento
il tuo gioco.
Siedi accanto,
ti racconto la storia
della libertà”.

Da un suo intervento al Comitato provinciale dell’ANPI

Ero il più piccolo membro dell’86.ma Brigata Garibaldi “Issel”. All’epoca ero un giovinetto ed ero soprannominato “Fuì”.
Ricordo molto bene quei tragici anni: lottare contro al regime non era facile. Noi partigiani avevamo a disposizione poche armi, la cui potenza non era nemmeno lontanamente paragonabile a quella degli autoblindo, dei mortai e delle mitragliatrici dei nazifascisti. Alcuni ricordano i partigiani come quelli che scappavano, ma spesso non si poteva fare diversamente: come facevamo a combattere avendo solamente qualche colpo di fucile? L’unico modo era colpire e fuggire, non si poteva fare altrimenti. Inizialmente non era semplice organizzarsi: la lotta partigiana era diversa dalle altre guerre e l’abbiamo sperimentata per primi sulla nostra pelle. La nostra compagna era la paura: vivevamo con il terrore di essere catturati e torturati e, nel caso fossimo stati arrestati, di non sapere che cosa dire ai fascisti o di tradire i propri compagni.
Man mano, poi, siamo riusciti a organizzarci meglio e ad effettuare attacchi più efficaci: le formazioni partigiane nascevano spontaneamente dando vita a gruppi che poi diventavano bande e infine brigate, dandosi una struttura operativa.
Un ruolo importante, insieme ai partigiani, l’hanno avuto le comunità e le persone che li aiutavano, li coprivano e li ospitavano e le donne che facevano da staffetta.
La liberazione dell’Italia ci lascia una grande eredità, la libertà, che è come l’aria: è fondamentale per vivere ma ce ne si rende conto solo quando manca.
In un periodo storico difficile, come quello che stiamo vivendo attualmente, è necessario mantenere alta la guardia: dinanzi a fatti come quelli di Rovetta, di Seriate o di diverse parti d’Italia e d’Europa (manifestazioni di propaganda fascista n.d.r.), vanno ribaditi gli ideali della Resistenza, a cominciare dall’opposizione al regime liberticida e razzista.
Spesso si dice che Benito Mussolini ha fatto belle cose, ma ci si dimentica che ha dichiarato la guerra a 40 stati e che ha varato le leggi razziali, divenendo corresponsabile della morte di 6 milioni di ebrei e di vittime innocenti.

Giochi estivi … (per fotografi)

D’estate, in vacanza, al mare; mi trovo spesso nella condizione mentale ideale per giocare, per divertirmi, per sperimentare cose nuove o ripercorrere vecchi percorsi che da tempo giacciono  in qualche cassetto del  cervello ed è bello riesumarli. Mi sono divertito  giocando con flash, movimento e tempi un po’ più lunghi del normale ..

DSCF1354
Ho messo a fuoco da lontano, mi sono avvicinato e mentre mi allontanavo velocemente ho scattato la foto con il flash della compatta con l’opzione Slow Sync attiva.
DSCF1353
Ho messo a fuoco da vicino, mi sono allontanato e ho scattato la foto mentre mi riavvicinavo velocemente, sempre con il flash in Slow Sync
DSCF1350
Dopo aver messo a fuoco ho scattato con il flash in Slow Sync ruotando la fotocamera sull’asse dell’ottica

Si esagera con i controluce sempre sfruttando il flash della piccola compatta.

DSCF1393 DSCF1400

E infine si gioca con le doppie esposizioni, che tanti anni fa erano richiestissime dagli sposi. All’inizio si facevano in camera oscura; si componevano i famosi sandwich sovrapponendo due negativi e poi via in camera oscura con qualche accorgimento in mascheratura per ottimizzare la qualità finale della stampa. Poi con l’esperienza si faceva tutto direttamente in ripresa ricaricando la reflex tenendo premuto un pulsantino che sganciava dal meccanismo di ricarica il tamburo di riavvolgimento della pellicola. Oggi la maggior parte delle fotocamere digitali hanno la funzione MultiExpos che permette di fare la stessa cosa.

DSCF1441
Per chi non l’avesse capito siamo stati in Grecia.
DSCF1442
Stessa foto rifatta con un punto di vista diverso sia per la bandiera che per il soggetto
DSCF1444
Il bagnasciuga prima e il ritratto poi
DSCF1449
Madre e figlia hanno lo stesso profilo
DSCF1450
Prima il cielo blu con qualche nuvola e poi il ritratto
DSCF1503
Fino a spingersi al limite …

L’estate continua e anche la voglia di divertirsi, di sperimentare, di giocare.

Per chi fosse interessato anche alla fotocamera, queste foto sono state realizzate con Fujifilm XQ1, la mia minchietta da taschino. La XQ1 è una compatta di fascia alta, con un’ottica particolarmente luminosa e di elevata qualità (F1,8). Mi trovo molto bene, soprattutto per la sua dimensione e peso ridotti pur essendo di ottima qualità. Ha diverse funzioni interessanti tra cui la “simulazione pellicola” che predisposta i settaggi in modo che le foto assumano un aspetto del tutto simile alle famose pellicole Fuji. Io adoro la Velvia.

xq1

 

IPERFOCALE. E’ un super potere?

L’altra sera, durante la serata di approfondimento in cui si parlava di fotografia, ho parlato di iperfocale e ho visto aleggiare enormi punti interrogativi come nei fumetti. Ho provato a spiegare meglio quello di cui stavo parlando e ho promesso che avrei scritto qualcosa di più completo. Ogni promessa è un debito.

IPERFOCALE in parole semplici.

l concetto di iperfocale si rifà alla profondità di campo. La profondità di campo è quello spazio entro il quale l’immagine rimane a fuoco, nella parte davanti e nella parte dietro al soggetto.

profondita_di_campo

 Per meglio spiegare, se il mio soggetto è posto a 3 metri di distanza e lo metto a fuoco,  ci sarà uno spazio davanti al soggetto e uno spazio dietro al soggetto che rimangono a  fuoco.

 Quanto ampio sia questo spazio, chiamato profondità di campo, a parità di lunghezza  focale, dipende in modo inversamente proporzionale dall’apertura del diaframma. Più  il diaframma è aperto, minore è la profondità di campo.

Ma veniamo all’IPERFOCALE.

La misura della profondità di campo è chiamata distanza iperfocale. Quando un soggetto si muove all’interno della distanza iperfocale sarà sempre a fuoco. L’iperfocale si usa spesso quando si ha la necessità di essere più veloci dell’autofocus, quindi nelle situazioni di street, di eventi e ogni volta che non si ha il tempo di eseguire una messa a fuoco accurata.

Ma come funziona ?

Vediamo di capirlo attraverso un esempio. Parliamo per capire meglio di fotografia di strada. Nella fotografia di strada il soggetto di solito è ad una distanza che pùo variare tra 1 e 3 metri. Normalmente nella fotografia di strada si tende ad utilizzare un diaframma piuttosto chiuso, proprio per aumentare in modo ragionevole la profondità di campo e meglio contestualizzare il soggetto. Abitualmente uso un diaframma F 5,6  o 8 preferendo aumentare gli ISO piuttosto che aprire il diaframma. Con quell’apertura e con il 17mm e impostando la messa a fuoco manualmente a 3 metri, so che ho una profondità di campo sufficiente a mantenere a fuoco da circa un metro a oltre 6 metri. Quindi si può dire che l’iperfocale è l’utilizzo di una messa a fuoco manuale tale da poter garantire il massimo range di messa a fuoco rispetto al mio soggetto “abituale”. Con questo sistema non ho bisogno di mettere a fuoco prima di scattare la fotografia se il soggetto si muove nel mio range di fuoco. Risparmio tempo, energia e sono sicuro di non incorrere in “sviste” del sistema autofocus.

2015-03-13_1212

Gestire le foto digitali

La fotografia digitale ha trasformato completamente quasi ogni aspetto della fotografia. Non ultimo la conservazione delle foto e la loro gestione e visione. Dopo aver scattato le foto bisogna archiviarle in un computer per poterle vedere, scegliere, stampare, modificare, condividere sui social network o semplicemente inviare ad amici via email. Tuttavia non è così semplice e banale come sembra, aspetti come sicurezza delle foto e organizzazione delle foto per renderne facile la ricerca successiva non è cosa scontata. Ogniuno di noi adotta i suoi sistemi e utilizza i software che preferisce. Cercherò di seguito di dare dei consigli in base alla mia esperienza e agli strumenti che ho scelto.

STRUMENTI

Utilizzo un MacBookPro, per la sua semplicità di utilizzo, la sua affidabilità e la sua qualità in generale. Per l’archiviazione uso dischi Western Digital o G-Technology, sempre per la loro affidabilità e per la loro indiscutibile qualità costruttiva. I G-TECH hanno tutti una scocca in alluminio indistruttibile il ché li rende perfetti per uno come me che non sempre ha molta cura di questi oggetti. Le schede di memoria che utilizzo per le mie fotocamere sono LEXAR o SanDisk, più o meno per gli stessi motivi. Per quanto riguarda il software uso Aperture 3 per la gestione delle immagini e per la post produzione, Silver Effex per la conversione delle immagini RAW in Bianco e Nero e Snaapseed di tanto in tanto per divertirmi un po’ con qualche “effetto speciale” e infine photoshop solo per alcuni casi davvero “particolari”. Per clonare il disco library uso il software CarbonCopyCloner, software gratuito che funziona davvero bene.

WORK FLOW

Il mio work flow è piuttosto semplice e “credo”, “spero” piuttosto sicuro ed “ergonomico. Importo le foto direttamente in Aperture in una libreria residente su un disco esterno. Per archiviare le mie foto ho scelto un MiniRaid che collego al mio MacBook pro tramite la porta FIREWIRE800. Il disco RAID è composto da due dischi ed è configurato in modo che le foto vengano copiate in modo speculare su entrambi i dischi (RAID 1). In questo modo, nella malaugurata ipotesi che un disco si rompa, le mie foto sono recuperabili dal secondo disco. Il mio lavoro di post produzione verrà fatto direttamente su questo disco sul quale la mia libreria sarà sempre aggiornata e ridondata sui due dischi. Inoltre, per aumentare la sicurezza, a costo di sembrare paranoico, importo le mie foto in Aperture attivando l’opzione di Backup, in questo modo ho le mie foto originali salvaste su un disco. Queste foto non verranno mai toccate e sostituiranno di fatto il vecchio archivio dei negativi. Per i negativi digitali uso sempre un disco collegato con USB, ma comunque un disco di qualità e affidabile (questo).

Posso sembrare davvero paranoico, me ne rendo conto, ma le foto di mia figlia in braccio a mia moglie 2 minuti dopo essere venuta al mondo hanno per me un valore inestimabile. Il disco dei negativi se ne fila dritto in cassaforte 5 minuti dopo l’importazione. Quando importo le foto nella libreria le divido per progetti. Per dare al progetto (o cartella) un nome che possa aiutarmi nella successiva ricerca utilizzo una semplice regola. Compongo il nome iniziando con la data di importazione; per esempio le foto della passeggiata serale di ieri che importerò questa sera, finiranno in un progetto che si chiamerà 20120605-PassSerale. La data è scritta al contrario, questo per permettere che dopo un ordinamento alfabetico dei progetti gli stessi finiscano anche in ordine di data. Dopo il trattino inserisco una quanto più breve possibile descrizione.

Infine, dopo aver taggato, etichettato ed eventualmente modificato le foto originali eseguo un backup del disco Library utilizzando il software gratuito CarbobCopyClone. Questo clone, che viene periodicamente aggiornato, viene conservato in un luogo diverso dal disco Library.

Ricapitolando: ho un disco library RAID su cui ci sono i vari progetti. Un disco in cassaforte dove ci sono tutti i negativi digitali delle foto. Un disco clone dove ci sono le copie di tutti i progetti del disco library. In questo modo è difficile perdere foto. Il flusso di lavoro tutto sommato è piuttosto semplice, basta ricordarsi di attaccare il secondo disco durante l’import delle foto e clonare periodicamente il disco library.

Voi come fate ? Qual’è il vostro flusso di lavoro ?

ONE 2 ONE

Da tempo in tanti mi chiedono di poter seguire un corso di fotografia. Organizzare un corso di fotografia è una cosa abbastanza complessa. Servono gli spazi, le autorizzazioni, gli iscritti e tanto lavoro che coinvolge tante persone. Ovviamente mi riferisco ad un corso di fotografia serio, non intendo una delle decine di iniziative nelle quali si propone la solita tiritera su tempi di esposizione e apertura di diaframma. Con un computer collegato alla rete e un po’ di tempo a disposizione si possono trovare tutte le nozioni che servono che capire e mettere in pratica le basi della fotografia. Quello che volevo organizzare era un corso con molta pratica, sessioni di foto in studio e on the road e tante altre cose. Vi chiedo scusa, ma non sono ancora riuscito a trovare il modo e il tempo per organizzarlo. Però una cosa la posso fare. Prendendo spunto da altre iniziative in altri settori, ho pensato di offrire a tutti la possibilità di “fruire” di momenti di formazione e/o aggiornamento individuali e su misura. Molto semplicemente: avete una particolare esigenza, per esempio dovete fotografare vostro figlio in piscina e le foto dell’ultima volta non sono venue come volevate ? Vediamoci, ne parliamo insieme e risolviamo insieme i problemi che hai incontrato. Portati anche la tua fotocamera, così vediamo di capire fino a dove ti puoi spingere con i mezzi che hai a disposizione. Mandami un e-mail ad andrea@andreatognoli.it spiegandomi meglio possibile le tue esigenze o i tuoi problemi “fotografici” ;  sarò felice di aiutarti.

Scrivimi per avere ulteriori dettagli e/o informazioni.


Fotografare i bambini. (tutorial pills N.4)

Fotografare i bambini è davvero uno spasso, ma può diventare anche un incubo. Ognuno ha il suo approccio con loro, che deve essere comunque il più spontaneo possibile perchè i bambini hanno un sesto senso nel percepire le “forzature” ed in genere le rifiutano ed ecco che il tutto si trasforma davvero in un incubo. Provo a dare due o tre consigli su come fotografare i bambini, alcuni “tecnici” e altri un po’ meno.

Fotografate i bambini dalla loro altezza, non rimanendo in piedi. La loro espressione, i loro sorrisi e i loro atteggiamenti si colgono meglio dalla loro stessa altezza. Almeno che vogliate esasperare le prospettive e fotografarli molto dal basso o molto dall’alto. In questo caso possono nascere visioni insolite e molto interessanti.

Non cercate di far fare qualcosa ai bambini, non lo faranno mai. Cercate di giocare con loro e di assecondare i loro atteggiamenti, i loro comportamenti e i loro giochi, bisogna giocare con loro perchè tutto appaia spontaneo e naturale.

Usate tempi di scatto piuttosto rapidi perchè i bambini non stanno mi fermi e una foto mossa è una foto mossa, non c’è “scatto artistico” che tenga. Se invece volete cogliere il movimento, la loro dinamica allora fatelo come si deve usate dei tempi lunghi, ma bloccate il loro movimento con un colpettino di flash, magari sincronizzato sulla seconda tendina, così la scia finisce dietro al movimento, non davanti.

Non usate se possibile il flash in modo diretto, ma fatelo rimbalzare da qualche parte per diffondere la luce e se possibile ancora meglio usare un flash staccato dalla macchina, simulando una luce più naturale.

Last but not least : divertitevi con i bambini e vedrete che fotografarli diventerà la vostra passione.

Rock&Roll
Rock&Roll
Sorriso
Sorriso

Per ulteriori dettagli posta le tue domande nello spazio per i commenti o mandami un mail andrea@andreatognoli.it, sarò felice di esserti d’aiuto.

STAY TUNED

www.andreatognoli.it

Il flash anche di giorno ? (tutorial pills N.3)

Il flash con questo sole ? Eh già ! Perché il flash non serve solo per le foto al buio. Avete mai notato quelle belle foto fatte con il sole che illumina bene il viso del vostro soggetto, di una splendida luce che proviene dall’alto, leggermente di lato ? Belle vero ? Si … peccato che il naso fa quell’ombra orrenda che lo fa sembrare un pilone e da al viso quel non so che di … spettrale ! Ecco quando si usa il flash!!! Un colpettino di flash ed ecco che magicamente l’ombra del nasone sparisce.

E non avete mai visto quelle belle foto scattate dal basso, nelle quali il soggetto sembra un bronzo di Riace che si staglia sul cielo azzurro, con quel bellissimo raggio di sole che fa risaltare la folta bionda chioma ?  Peccato che l’unica cosa chiara è il cielo che sta dietro e il vostro soggetto compare come una scurissima ombra (vedi controluce pill N.2). Ecco un’altra occasione in cui una bella bottarella di flash vi risolve il problema.

Visto che il flash è utile anche di giorno !?!!!

Per ulteriori dettagli posta le tue domande nello spazio per i commenti o mandami un mail andrea@andreatognoli.it, sarò felice di esserti d’aiuto.

Nella prossima pillola un paio di consigli per fotografare i bambini.

STAY TUNED

www.andreatognoli.it

Compensare l’esposizione (tutorial pills N.2)

Come promesso eccomi qui per una nuova “pillola” di fotografia.

PREMESSA:

A determinare l’esposizione è un aggeggio “magico” che si chiama esposimetro. L’esposimetro calcola l’esposizione facendo una media tra alte luci e ombre inquadrate dalla fotocamera.

E arriviamo a bomba sull’oggetto della nostra pillola. Prendiamo due esempi emblematici.

1) CONTROLUCE/TRAMONTO

Nel controluce la differenza tra la porzione dell’immagine in cui la luce è molto forte è generalmente più ampia della porzione in cui la luce è più debole. Nel controluce solitamente la luce arriva da dietro al soggetto, il soggetto non è illuminato frontalmente. Se si lascia fare alla fotocamera, in genere si ottiene una foto in cui il soggetto ha il classico aspetto della silouette,  il suo viso non è leggibile perchè troppo scuro. In questo caso il trucco consiste nel “prendere in giro” la fotocamera e chiedergli di sovraesporre l’immagine di 1 o 2 stop, in base all’intensità del controluce. In questo modo, la parte più luminosa potrebbe risultare sovraesposta, ma il vostro soggetto sarà visibile e perfettamente leggibile. Ci sono altri trucchi di cui però parleremo più avanti.

2) CONCERTO/RECITA

La situazione  contraria è rappresentata dalla fotografia di un soggetto illuminato in un ambiente buio. Per esempio le fotografie di un concerto, o quelle che scatterete alla recita di fine anno di vostra figlia/o  e/o nipotini/e. In questo caso il discorso è  ribaltatò; la fotocamera cercherà di esporre per rendere mediamente leggibile la porzione scura dell’immagine (che è la porzione più ampia dell’immagine) con il risultato di sovraesporre il soggetto che invece è già sufficientemente illuminato. In questo caso bisogna sotto esporre la foto per ottenere una migliore leggibilità del soggetto.

PROVARE PER CREDERE.

Nella prossima pillola parleremo dell’uso del flash anche di giorno.

STAY TUNED

Se avete suggerimenti, idee, critiche o volete semplicemente dire la vostra; lasciate un commento.

www.andreatognoli.it