Outdoor

Da un po’ di mesi a questa parte, provo una certa repulsione nei confronti delle città e degli spazi chiusi. Mi trovo sempre più spesso a cercare inconsciamente aree aperte e immerse nel verde. Voglio vedere il cielo, voglio sentire l’odore del verde. In casa mi sorprendo a sbirciare dalla finestra cercando un punto di vista che mi permetta di vedere il cielo. Nelle mie camminate ho cambiato percorso allontandomi sempre di più dal centro abitato, in favore della campagna o comunque di zone dove ci sono piante, erba e, soprattutto, dove si vede il cielo.  Ogni volta che posso cerco di incamminarmi verso un bosco o uno spazio che possa anche vagamente assomigliare a un bosco. Sento una sorta di richiamo ad immergermi più possibile e più spesso possibile nella natura. Stare in mezzo al bosco ha su di me un effetto puruficatore, mi aiuta a staccare la spina da tutti i problemi che in questo periodo mi stanno tenendo per i testicoli.  Anche la mia fotografia sta cambiando; non ho più voglia di fare fotografie per strada, ho invece voglia di raccontare un ambiente diverso; più lento, più pulito, più silenzioso, più naturale.  Sto imparando a guardarne le luci e le ombre. Sto imparando a guardarne gli spazi e le geometrie. Sto cercando senza volerlo un linguaggio diverso, una sintassi diversa, una dialettica nuova.

Hour Of Faith Ministry

NIna Nkansah great bass player and singer

Ancora una volta una bella esperienza, ancora una volta ho trovato un pezzo di mondo dietro l’angolo di casa. Ancora una volta la mia curiosità mi ha spinto and andare un passo avanti, oltre i pregiudizi e oltre le stupide paure degli uomini piccoli.

HOUR OF FAITH MINISTRY
HOUR OF FAITH MINISTRY
 Jacqueline Asare e Anthony Ofori singing together
Jacqueline Asare e Anthony Ofori singing together
Gabriel Opoku play the drum
Gabriel Opoku play the drum
Jacqueline Asare
Jacqueline Asare
Anna Opoku
Anna Opoku
Anna Opoku and Nina Nkansah
Anna Opoku and Nina Nkansah
Stephen Opoku singing
Stephen Opoku singing
Olivia Obo in the center with her sister Blessing and her child Jayden Amponsa
Olivia Obo in the center with her sister Blessing and her child Jayden Amponsa
The pastor - Charles Sarfo Boadi
The pastor – Charles Sarfo Boadi
During the sermon, Maxwell Adjei follow it reading the Bible on his iPhone
During the sermon, Maxwell Adjei follow it reading the Bible on his iPhone
Vice Pastor - Francis Asare Kwabena
Vice Pastor – Francis Asare Kwabena
A moment of preyer
A moment of preyer
Nina Nkansah (on the bass guitar) and Justice Nkansah (on the keyboard)
Nina Nkansah (on the bass guitar) and Justice Nkansah (on the keyboard)
NIna Nkansah great bass player and singer
NIna Nkansah great bass player and singer
Gabriel Opoku play the percussion
Gabriel Opoku play the percussion
Anna Opoku on the left, Nina Nkansah in the center and Rose Boadu
Anna Opoku on the left, Nina Nkansah in the center and Rose Boadu
Henrietta Akoto
Henrietta Akoto
On the left Doris Darfo Boadi and Mercy Adjei in the center with his husband Maxwell Adjei
On the left Doris Darfo Boadi and Mercy Adjei in the center with his husband Maxwell Adjei
Henrietta and Olivia
Henrietta and Olivia
The priest Charles Sarfo Boadi during his energic sermon
The priest Charles Sarfo Boadi during his energic sermon
Rose Boadu
Rose Boadu
Anna Opoku
Anna Opoku
Is the turn of Zarch Nh Kesse (in the center) to sing as soloist voice
Is the turn of Zarch Nh Kesse (in the center) to sing as soloist voice
Charles and Stephen preach together
Charles and Stephen preach together
Rose Boadu (voice) and Nina Nkasah (bass)
Rose Boadu (voice) and Nina Nkasah (bass)
Francis Asare Kwabena is also the sound engineer
Francis Asare Kwabena is also the sound engineer
Darkwa, Ato and Mensah; the gentlemen
Darkwa, Ato and Mensah; the gentlemen
A moment of prayer
A moment of prayer
A woman in unusual and beautiful dress.
A woman in unusual and beautiful dress.
Amonor Charles is the senior drummer
Amonor Charles is the senior drummer
The pastor and his wife dance with a little girl
The pastor and his wife dance with a little girl
Olivia's holy Bible
Olivia’s holy Bible
Blessing
Blessing

Don’t look backward, look forward … everything go to be all right!!!
Queste le parole ripetute più volte durante la predicazione del pastore Charles.
Tra canti e cori la messa si è conclusa con una benedizione nei confronti miei e di Roberto (che mi ha aiutato con il back stage) per la quale ringrazio Charles e Francis.

Charles Sarfo Boadi
Charles Sarfo Boadi
Francis Asare Kwabena and his wife Evelin Asare
Francis Asare Kwabena and his wife Evelin Asare

Un ringraziamento speciale a Francis che mi ha dato questa opportunità, a Charles per la sua ospitalità, a Olivia che mi ha aiutato a capire le parole dei predicatori e infine a tutti quanti Domenica mi hanno accolto con un sorriso, una stretta di mano e una parola magica che dovremmo imparare a pronunciare più spesso: “WELCOME”.

***

Hour Of Faith è un luogo di ritrovo e di preghiera di una comunità Ghanese in provincia di Brescia. Sono stato ospitato grazie a Francis Azare Kwabena, vice pastore della comunità. Francis lavora in una fabbrica della bassa bergamasca come operaio nel settore logistica. Insieme a Francis sono stato accolto con gentilezza da Charles Sarfo Boadi, pastore della chiesa.
La messa è iniziata subito con canti a tema religioso che un predicatore e una delle figlie di Francis guidavano con energia e vigore.
La sala si è fatta subito affollata e insieme a uomini e donne di tutte le età si è riempita di bambini che hanno reso ancora pi allegra e gioiosa l’atmosfera.
In tutto erano presenti una cinquantina di persone, circa 13 nuclei famigliari.
La cerimonia è durata circa tre ore, con letture della Bibbia alternate a prediche e canti, accompagnati da una vera e propria band composta da tastiere, basso, batteria e percussioni. I fedeli si alternavano sul palco per intonare i canti. Le letture e la predicazione un po’ in inglese, lingua ufficiale del Ghana, e un po’ nel dialetto Ghanese, assai difficile da capire (impossibile).
La Repubblica del Ghana è uno stato dell’Africa occidentale che ottenne l’indipendenza dal Regno Unito nel 1957; fu la prima nazione sud sahariana a farlo. La Repubblica del Ghana fa parte delle Nazioni Unite. Il Ghana è il secondo produttore mondiale di Cacao. Il Ghana fu tra i paesi pesantemente segnati dalla tratta degli schiavi verso l’America.
In Ghana convivono molte etnie, le più numerose sono :  Akan (52%), Mossi (15%), Ewe (12%), Ga (8%) ed altre per il 13%, prevalentemente europee (originari dei paesi colonizzatori) ed indiane.
Il 71,2% della popolazione è di religione cattolica, tra cui il 28,3%  pentecostali, il 18,4% protestanti e il 13,1% cattolici.  La seconda religione è l’Islam che conta circa il 17,6% della popolazione.
La lingua ufficiale è l’inglese e poi ci sono circa 47 lingue locali o dialetti.
I Italia risiedono circa 50.000 Ghanesi, di cui il 60% uomini circa 12.000 in Lombardia. (fonti : comuni-italiani.it – wikipedia.org)

***
Hour Of Faith is a gathering place for prayer of the Ghanaian community from the province of Brescia. I was hosted thanks to Francis Kwabena Azare, vice minister of the community. Francis works in a factory as a laborer in logistics sector. Along with Francis I was greeted kindly by Charles Sarfo Boadi, pastor of the church.
The Mass began immediately with songs with a religious theme that a preacher and a daughter of Francis drove with energy and vigor.
The room became crowded and suffered along with men and women of all ages was filled with children who have made even more cheerful and joyful atmosphere.
In all there were about fifty people, about 13 families.
The ceremony lasted about three hours, with Bible readings alternating sermons and songs, accompanied by a real band of keyboards, bass, drums and percussion. The faithful took turns on stage to sing the songs. Readings and preaching a little ‘in English, the official language of Ghana, and a bit’ in the dialect of Ghana, very difficult to understand (impossible).
The Republic of Ghana is a West African country that gained independence from Britain in 1957; It was the first nation south Saharan Africa to do so. The Republic of Ghana is part of the United Nations. Ghana is the second largest producer of cocoa. Ghana was among the countries heavily marked by the slave trade to America.
Ghana live many ethnic groups, the most numerous are: Akan (52%), Mossi (15%), Ewe (12%), Ga (8%) and others for 13%, mainly European (originating in the colonizing countries) and Indian.
71.2% of the population is Roman Catholic, including 28.3% Pentecostals, 18.4% Protestant and 13.1% Catholic. The second religion is Islam which has about 17.6% of the population.
The official language is English and then there are about 47 local languages or dialects.
The Italian has about 50,000 Ghanaians, of which 60% about 12,000 men in Lombardy.
(Sources: comuni-italiani.it – wikipedia.org)

do not look backward, look forward … everything go to be all right !!!
These are the words repeated several times during the preaching of Pastor Charles.
Positive words.
Between songs and choruses Mass ended with a blessing to me and Roberto (helped me with the back stage). For which I thank Charles and Francis

Once again a great experience, once again I found a piece of the world near home. Once again, my curiosity pushed me a step further, beyond the prejudices and over the fears of the stupid man.

Special thanks to Francis who gave me this opportunity, to Charles for his hospitality, to Olivia that helped me to understand the words of the preachers and finally to all those man, woman and child who welcomed me with a smile, a handshake and a magic word that we should learn to say more often: WELCOME.

Vicino a casa

A volte ci si abitua al luogo in cui si vive, al punto di non riconoscerne più la bellezza. Poi capita che un giorno, all’improvviso qualcosa ti colpisce e ricominci a notare il bello attorno a te.

Pepi Merisio OGGI

Pepi Merisio (fotografo)
©andrea::tognoli

Da ragazzini, a scuola, durante l’intervallo, giocando con i compagni di classe, si fingeva sempre di essere qualcuno. Ognuno di noi aveva i suoi eroi: qualcuno di noi si immaginava, sorvolando la città, vedere attraverso i muri, con una tutina blu con la esse di Superman sul petto; qualcun altro si sentiva forte come Hulk, l’uomo verde bruttino con una forza disumana. Ma l’eroe che andava per la maggiore era l’Uomo Ragno. L’Uomo Ragno era davvero il più gettonato. Si arrampicava sui grattaceli, catturava i cattivi con le sue ragnatele, era veloce come una mosca e li fregava sempre tutti. L’Uomo Ragno era il numero uno.

In quel periodo a casa mia c’erano sempre in bella mostra dei libri del Touring Club e spesso mi ritrovavo a sfogliarli soffermandomi in particolare sulle fotografie, che fin da allora attiravano la mia attenzione e la mia curiosità. Chissà dove erano state scattate, chissà che bello andare in tutti quei posti a fare fotografie. Il fotografo… io da grande volevo fare il fotografo.

La piccola compatta che mi regalarono per la prima comunione era sempre a portata di mano con un rullino da 24 pose pronto per essere impresso da ogni cosa che attirasse la mia attenzione. Un giorno guardavo una fotografia, e la didascalia riportava il nome del fotografo: Pepi Merisio. Mio papà mi disse che Pepi Merisio era un fotografo di Bergamo e che era nato qui vicino, a Caravaggio. Da quel momento Pepi Merisio diventò il mio chiodo fisso, il mio eroe. Io, da grande, volevo essere come Pepi Merisio; altro che l’uomo ragno!

A distanza di più di quarant’anni, oggi, 28 Ottobre 2017, io ho fotografato il mio eroe di bambino.

Fishermen

Ogni mattina a Hyeres, una meta ambita da amanti della vela e kitesurf della bellissima Cote d’Azur, al porto turistico, rientra dopo una notte in alto mare, una piccola flotta di pescherecci. Appena arrivano in porto i pescatori scaricano le cassette già preparate piene del miglior pescato per i grossisti che li aspettano al porto con i loro furgoncini. Poi è il turno dei ristoratori locali, che scelgono tra il pesce rimasto i migliori esemplari per i loro clienti. Infine è il turno di autoctoni e turisti fuori stagione. In poco tempo il pescato viene venduto e ai pescatori non rimane che pulire e preparare le reti per la notte successiva. Poi a casa, a riposare per il successivo giorno di duro lavoro.

Un intermediario tratta il prezzo con un ristoratore. Ci sarà una zuppa di pesce nel menu del suo ristorante questa sera. ©andrea::tognoli
I grossisti ritirano la maggior parte del pescato. ©andrea::tognoli
©andrea::tognoli
©andrea::tognoli
Anche gli abitanti di Hyeres e i turisti possono infine acquistare pesce fresco. ©andrea::tognoli
©andrea::tognoli
©andrea::tognoli
©andrea::tognoli
Il più giovane pescatore del porto di Hyeres, almeno tra quelli che ho visto. ©andrea::tognoli
©andrea::tognoli
©andrea::tognoli
Ultimi minuti di lavoro per i pescatori. ©andrea::tognoli

Veronica Yoko Plebani #00

Veronica Yoko Plebani, classe 1996.

Nei suoi occhi ho visto qualcosa di speciale, qualcosa che ho avuto il desiderio di scoprire, di approfondire.
Dietro al suo sguardo sorridente di una bella ragazza di ventun anni si percepisce la sua grinta e la sua forza.
Veronica è un’ atleta, un’atleta olimpionica, di livello internazionale. Snowboard, canoa e ora anche paratriathlon. Vive tra Palazzolo sull’Oglio, dove c’è il suo fiume e Bologna, dove studia.

Veronica Yoko Plebani ©andrea::tognoli
Veronica Yoko Plebani ©andrea::tognoli

Appena può torna a Palazzolo. Quando è a Palazzolo è facile trovarla al fiume, dove si allena e dove ama trascorrere il suo tempo. Il fiume l’ha stregata; tra Vero, così la chiamano tutti al Kayak Canoa Club, e il fiume c’è un legame speciale, indissolubile. Lo si capisce quando entra in canoa e tocca l’acqua, quasi a voler comunicare con il fiume, alla ricerca di un contatto magico con l’acqua che scorre sotto la barca.

Veronica Yoko Plebani ©andrea::tognoli

Il secondo nome di Veronica è Yoko; nella lingua giapponese significa “figlia del sole”. Un presagio in un nome che meglio di qualsiasi altro sintetizza la natura di Veronica, solare e sorridente e al contempo forte e tenace.
All’età di 15 anni  l’ha colpita una meningite che per poco non l’ha uccisa. Ma lei ce l’ha fatta, ha sconfitto la malattia e ha saputo trasformarla, come dice spesso, in un’opportunità.
La grinta di Veronica è contagiosa. Dopo aver passato un po’ di tempo con lei ci si sente più forti, e si guarda la vita con un’ occhio diverso.

Veronica Yoko Plebani ©andrea::tognoli
Veronica Yoko Plebani ©andrea::tognoli
Veronica Yoko Plebani ©andrea::tognoli

Voglio raccontare di Veronica che per me è un’ esempio di quanto possa essere forte una donna, di quanto possa essere potente la voglia di vivere a dispetto di ogni evento negativo che nella vita può mettersi tra te e il tuo destino.

Veronica Yoko Plebani ©andrea::tognoli
Veronica Yoko Plebani ©andrea::tognoli

Veronica oggi si sta allenando perchè vuole partecipare alle prossime paralimpiadi di Tokyo nel 2020. Con lei cercherò di raccontare questo suo percorso, nel modo più sincero possibile, mostrandovi Veronica come la vedo e cercando di condividere tutto quello che questa esperienza mi darà.

Veronica si racconta

Chi mi conosce sa che sono sempre stata una bambina, poi ragazza, attiva e curiosa. Ad un certo punto della mia vita ho dovuto cambiare il modo in cui vedere e fare le cose.
Devo ammetterlo, questo per me non è stato un grande dramma.
Mi sono sempre stancata di fare le stesse cose, nello stesso modo e per molto tempo, quindi possiamo dire che nel mio cambiamento personale ci ho sempre visto una grande occasione.
Quando sono rientrata dall’ospedale non avevo voglia di stare sul divano tutto il giorno. Poi ho avuto la fortuna di ritrovarmi al fiume Oglio, alla sede del Kayak Canoa Club e ho trovato il luogo dove restare.
Per me il club al fiume è un posto più che speciale; mi sento sempre bene e in armonia con tutto quando sono lì.
È un posto pieno di gente che amo, e quindi inevitabilmente mi fa sentire veramente felice, per  non parlare della sensazione indescrivibile dell’essere in mezzo al fiume, da sola, in canoa.
Essere in canoa mi permette di avere un punto di vista che in pochi hanno, e mi ha dato da subito un grande senso di libertà ed indipendenza.
Il club è sempre stato un posto molto grezzo, ma portato avanti con tanta,  tanta passione, che ha reso possibile, nel nostro piccolo, grandi cose.
Circa due anni fa ho deciso di dare il mio contributo a questo posto che ha dato molto a me. Per questo ho aperto una raccolta fondi per ristrutturarlo, renderlo privo di barriere architettoniche e il più efficiente possibile per i giovani atleti.
Siamo già a buon punto ma l’obbiettivo è veramente impegnativo e ogni piccolo contributo è una goccia importante di questo bel fiume.

(Veronica Yoko Plebani)

Clicca QUI per maggiori info sul Kayak Caso Club e la raccolta fondi.

 

3 motivi per non partecipare ai concorsi

Da quando ho iniziato a fotografare non ho mai partecipato ad un solo concorso fotografico. I concorsi fotografici sono lontani dalla mia idea di fotografia che è  un linguaggio attraverso cui voglio dire la mia. La fotografia non è come il salto in lungo, non è uno sport. Qualcuno dice sia un’arte, potrebbe essere una mania; per me è uno stile di vita. Non è di certo uno sport.  Mi è stato chiesto di partecipare ad un concorso fotografico e quando ho risposto “anche no“, chi me lo ha chiesto mi ha guardato strabuzzando gli occhi chiedendomi, come se avessi detto che per hobby strappo i peli dai glutei dei gorilla, “perchéèèè?”. Per lui e per tutti quelli che hanno voglia di leggermi elenco di seguito solo 3 dei tanti motivi per i quali ho detto di no e probabilmente continuerò a dire di no ai concorsi fotografici.

  1. Come ho già detto trovo assurdo pensare ad una gara per vincere la quale devi fare un  fotografia. Se fai i 100 metri e li fai in un tempo migliore degli altri e non ti sei fatto di coca, significa che sei il migliore e hai vinto. Quali sono i parametri oggettivi per valutare se la mia foto è migliore della tua?
  2. Quasi sempre i concorsi parlano di una fotografia. Faccio un po’ fatica a immaginare il mio lavoro, la mia “attitudine fotografica” rappresentati da una sola fotografia. In genere racconto esperienze personali, situazioni, curiosità e, a parte forse i ritratti, non credo che una sola fotografia racconti di me e della mia fotografia più di un SMS (per citare qualcosa di assolutamente sterile ed impersonale)
  3. Poi c’è la questione dei diritti. Per quale motivo per partecipare ad un concorso io devo cedere tutti i diritti, a 360° , a chi organizza il concorso. Se hai bisogno di immagini, commissionale ad un fotografo professionista e pagalo. Perché un concorso fotografico? Per avere un database di immagini da cui attingere gratis? Addirittura in un concorso si chiedeva ai partecipanti la cessione dei diritti, non solo all’organizzazione, ma anche a tutti gli sponsor e anche per iniziative commerciali. In cambio di una fotocamera digitale? State scherzando vero? Certo non sono Bresson, ma mi spieghi per quale motivo dovrei cederti tutti i diritti gratis? A te e addirittura  ai tuoi sponsor? Cambia pusher e … pedala !

Questi sono i primi tre che mi sono venuti in mente.

 

non-StreetPhotographer

OK. Chiariamolo una volta per tutte. Io non sono uno street photographer. Non faccio street photography e non mi interessa assolutamente nulla di essere considerato tale. Io scatto le foto che mi interessa scattare. A volte le scatto in strada, a volte in casa mia, a volte in campagna e a volte in città, mi è capitato di scattare fotografie anche al cinema. A volte colgo situazioni spontanee, a volte chiedo alle persone di farsi fotografare, perché la fotografia  è una scusa, un pretesto per fare esperienze.  Non me ne frega assolutamente niente della street photography o della straight photography, non mi interessa nemmeno essere considerato un fotografo; a me interessa solo la fotografia. A volte aggiungo il tag #streetphotography per una mera esigenza di catalogazione e comunque quello che scrivo nelle didascalie delle mie fotografie sono squisitamente cavoli miei. Non mi interessa collezionare like e nemmeno mi interessano certi commenti sterili, sia che essi siano apprezzamenti o critiche.
Trovo una inutile perdita di tempo tutto questo discutere attorno a quale etichetta uno meriti o non meriti, quando invece dovremmo tutti dedicare più tempo a vivere la fotografia, studiandola, praticandola e facendone uno stile di vita. La fotografia è a mio avviso espressione di chi la fa e non di un genere piuttosto che di un’altro.
Io per lo meno la vedo così, se voi altri invece amate sentirvi ingabbiati e protetti nel nido di una definizione; continuate a farlo, è un vostro diritto e non per questo vi stimo di meno, permettetemi però di fare e soprattutto di vivere la fotografia come mi pare, perché é semplicemente espressione di me stesso ed io non sono nessuno.

24HourProject

ARE YOU READY?

24HourProject è l’incontro tra fotografi di strada e fotografi documentari di tutto il mondo, i quali condivideranno in tempo reale immagini che documentano la condizione umana delle loro città. I fotografi condivideranno una fotografia ogni ora durante 24 ore. 24HourProject raggiungerà milioni di persone e mostrerà loro le connessioni umane, le storie i vita vera attraverso la fotografia. Il progetto ha l’ambizioso obbiettivo di sensibilizzare quante più persone possibili nel mondo relativamente alla tematica della condizione umana.

Il progetto nasce nel 2012 dall’idea di due fotografi; Renzo Grande e Sam Smotherman. Da allora ogni anno, durante le 24 ore di un giorno prestabilito, che quest’anno sarà il 1 Aprile, la 24 ore fotografica si ripete. Nel 2016 2785 fotografi di 107 paesi nel mondo hanno raccontato la vita in 718 città attraverso la condivisione di più di 20.000 fotografie.

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Quest’anno parteciperò all’evento che si terrà il 1 Aprile dalle ore 00:00 alle ore 23:59. Parteciperò con pochi pazzi coraggiosi di PhotoGarage e avremo l’appoggio logistico del Circolo Culturale Tarcisio Servidati di cui PhotoGarage è parte integrante e avremo l’importante sponsorizzazione di ZANI Viaggi che ci coprirà le spese di spedizione. I partecipanti di PhotoGarage saranno oltre a me Roberto Bano, Mersedes Kazazi, Ivan Gussoni e Simone Rigamonti che racconterà l’avventura con un corto documentario. La città che cercheremo di raccontare per 24 ore consecutive sarà Milano.

Ho deciso di partecipare a questo progetto perchè credo sia una buona occasione per contribuire ad unimportate lavoro di documentazione. Inoltre penso sia una bella sfida, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista tecnico e le sfide mi piacciono.

areyouready

Sarà molto impegnativo affrontare per 24 ore consecutive la strada e ci dovremo misurare con diverse difficoltà, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista tecnico.
Con una serie di post vi racconterò come mi sto preparando e quali strategie proverò ad adottare per rimanere 24 ore su 24 sveglio e carico. Tornate sul mio blog, la prossima settimana e troverete il primo post di questa serie.

Clicca QUI per seguire il mio 24HourProject a partire dal 1 Aprile 2017

Il progetto è sponsorizzato da CircoloCulturaleTarcisioServidati e da ZANI VIAGGI ed è patrocinato da PhotoGarage
circolo bianco

LOGO ZANI R2PhotoGarage

Vitali Pierina Maria #BellaCiao

Vitali Pierina Maria (Piera)

Dal finestrino del torpedone Piera guarda sfrecciare nella notte la pianura lombarda.

Ha i capelli castani, così chiari che sotto i raggi del sole mandano dei raggi biondi, e due occhi azzurri e stupiti che scrutano quell’orizzonte che si fa nuovo ma mano che ci si allontana da Milano. La si potrebbe scambiare per una bella ragazza di ventun anni che parte per un viaggio, per amore o per lavoro poco importa, per assaggiare la sua giovinezza e quel mondo tormentato che, nel 1944, non era poi così grande; invece se la si fosse guardata meglio si sarebbe notata la borsa logora al collo, la vestaglia del carcere che le arrivava alle ginocchia e forse negli occhi un osservatore attento avrebbe potuto intuire dei lampi di coraggio e l’ingenuità di quei ventun anni, compiuti pochi giorni prima a San Vittore.

In prigione ci era finita una manciata di settimane dopo la strage di piazzale Loreto dove, il 10 agosto 1944, quindici partigiani prelevati dal carcere erano stati assassinati dai militari dell’ RSI e i loro cadaveri esposti al pubblico. Nelle celle di San Vittore erano rinchiusi tanti compagni di lotta.  Piera era tra le ragazze più giovani laggiù quindi, in molti, l’avevano presa a cuore: come la dottoressa Bovelli, la direttrice del sanatorio, che riusciva sempre a trovare il modo di farle arrivare un poco di cibo in più, o le mogli dei partigiani, che venivano arrestate e trattenute per alcune settimane, per far da esca sperando che i mariti si costituissero, che la trattavano come una figlia a cui badare.

Dal canto suo Piera cercava di aiutare le donne in difficoltà che incontrava quotidianamente; ad una compagna di cella che doveva essere deportata in un campo di concentramento aveva donato tutti i suoi indumenti di lana; per questo ora, sul torpedone, nella sua borsa custodiva solo un asciugamano.

Anni dopo Piera si sarebbe ricordata del carcere come un posto in cui ci si voleva bene e, anzi, si stava quasi bene. Quando l’avevano portata lì ancora non lo sapeva; non sapeva che si sarebbe ritrovata circondata dall’affetto dei suoi compagni.

L’avevano presa a novembre. Era ricercata dappertutto come “la biondina della Val Taleggio”, dipinta come una pericolosa brigantessa e lei, che a diciannove anni già sapeva molto della guerra, per fascisti e nazisti era pericolosa davvero.

Il perché quella ragazzetta mingherlina fosse diventata una pericolosa latitante è presto detto: le era stata assegnata la missione di catturare Dick,  un ufficiale della Gestapo, e lei lo aveva fatto. La casa di Dick, a Sant’Omobono, era una grande villa dirimpetto alla caserma delle Brigate Nere. Come fare?

Il piano era pittoresco quanto geniale: Piera si sarebbe travestita da contadina e, con la scusa di dover consegnare delle formaggelle, sarebbe entrata in casa e avrebbe disarmato Dick. Il giorno del sequestro le tremavano le mani e gli occhi andavano in continuazione a controllare la pistola, nascosta nella cesta piena di formaggi; con il fiato corto bussò alla porta della grande casa e tutte le paure e le incertezze che le affollavano la testa sparirono non appena vide apparire sull’uscio  una divisa SS linda e stirata che aveva al suo interno l’uomo che aveva fatto deportare tanti e tanti abitanti della valle Imagna.

Una volta catturato Dick lei e i suoi compagni avevano concluso uno scambio riuscendo a liberare alcuni degli arrestati durante un rastrellamento.

Piera era così orgogliosa di essere riuscita, sola, nella missione, e ne parlava ridendo con gli amici sulle montagne. Aveva capito di essere una donna forte, piena di sangue freddo e determinazione, e ne era fiera.

Vitali Pierina Maria (Piera)
Vitali Pierina Maria (Piera)

Poi era stata arrestata.

A Primaluna, in Val Sassina, da tempo si temeva un rastrellamento e a Piera era stata affidata la moglie di un comandante partigiano con l’ordine di portarla in salvo.

Mentre scendevano a valle, lungo la strada un posto di blocco. Piera non aveva documenti: era ricercata ovunque e l’ultima cosa che voleva era farsi riconoscere. Subito venne portata alla caserma, mentre tentava di stracciare, distruggere e far sparire per sempre la lettera di presentazione che avrebbe dovuto fornire alla brigata partigiana da cui si stava dirigendo. I tentativi furono vani, Piera venne identificata proprio come quella biondina che da giorni i nazifascisti cercavano in ogni paese dalla Val Taleggio alla Val Sassina.

Poi era stata torturata.

Con la schiena contro il muro i fascisti si divertivano a fare a gara a chi le sparava più vicino, mentre lei cercava di non muoversi e di non piangere. Volevano sapere i piani della brigata a cui lei apparteneva, l’86a Garibaldi, ma tutto quello che Piera  sapeva lo aveva nascosto in un angolino del cuore dove non si poteva arrivare né con gli spari né con gli schiaffi, e nessun insulto o minaccia, nemmeno il peggiore, potevano sbrogliare quel nodo alla gola che le faceva tenere ben strette le parole preziose dette con i compagni qualche giorno prima.

Le belve fasciste si erano stancate delle torture prima che lei cedesse.

Dopo c’era stato il carcere di Monza, e poi San Vittore, e alla fine questo torpedone che la stava portando verso un campo di internamento, circondata da facce rassegnate e assenti. Gli occhi di Piera incrociano lo sguardo dell’uomo alto seduto di fronte a lei: sono occhi vispi e attenti, scattano da una parte all’altra del pullman, instancabili.

Lei sorride mentre il lago di Garda fuori da finestrino le riempie gli occhi di azzurro.

L’uomo alto si guarda attorno, poi solo un fragore di vetri e nell’arco di pochi secondi lui e altre due persone sono sparite lanciandosi dal finestrino. Piera guarda quel varco verso la strada, non pensa nemmeno e si butta:

non è ancora venuto il momento di rinunciare alla libertà.

(di Elisa Iscandri)

La seconda partigiana che vi ho presentato, sempre con un racconto di Elisa Iscandri, è una donna con un’energia devastante, nonostante la sua non più tenera età. Ho conosciuto la Piera a casa sua in un soleggiato pomeriggio primaverile. Il sole che entrava dalla finestra le illuminava il viso e faceva splendere la sua invidiabile bellezza. La sua testimonianza rende merito a tutte le donne che parteciparono alla lotta per la liberazione dalla tirannia nazifascista. Furono molte e il loro coraggio e la loro determinazione diedero un contributo fondamentale alla vittoria partigiana.
La sua biografia è ancora una volta di Tarcisio Bottani; scrittore, giornalista e amico personale di Piera.

PIERA VITALI “LA BIONDINA DELLA VAL TALEGGIO”
Nata in una minuscola contrada della Val Taleggio, Piera Vitali si avvicinò all’86.ma brigata Garibaldi “Issel” operante in Valle seguendo il fratello Vitalino che della brigata era commissario politico.
Coraggiosa, e forse inconsapevole dei rischi che correva, si prestò a fare la staffetta, tenendo i collegamenti con i vari nuclei della brigata e con i partigiani della Valsassina.
L’operazione che l’ha resa famosa per l’audacia che la caratterizzò, fu la cattura di un grosso esponente della Gestapo di stanza a Monza, il colonnello Dick, condotta a termine l’8 ottobre 1944 grazie al determinante contributo della Piera.
Il movimento partigiano aveva deciso di catturare Dick perché, dirigente di uno stabilimento, aveva inviato molto spesso in Germania manodopera considerata a lui inservibile, inoltre i comandanti della “Issel” ritenevano di potersene servire per lo scambio con prigionieri partigiani in mano ai nazifascisti. Dick abitava a Sant’Omobono Imagna, in una villa posta di fronte alla caserma della Brigata Nera e per questo era difficile sequestrarlo. La sua cattura fu possibile grazie allo stratagemma della Piera che entrò armata nella sua casa, fingendo di essere una contadina che gli portava delle forme di taleggio, e riuscì ad arrestarlo, consegnandolo poi ai compagni.
Effettivamente Dick, una volta nelle mani della brigata, divenne preziosa merce di scambio con alcuni partigiani catturati dai nazifascisti durante il rastrellamento del12 ottobre. Liberato grazie allo scambio, Dick tornò al suo lavoro a Monza.
La Piera subirà invece le conseguenze della sua audace azione: attivamente ricercata come la “biondina della Val Taleggio” venne arrestata all’inizio di novembre durante una missione a Introbio. Verrà riconosciuta proprio da Dick come responsabile del suo sequestro e imprigionata.
Dopo un periodo di dura detenzione nelle carceri di Monza e di San Vittore, fu inviata in un campo di concentramento tedesco, ma durante il viaggio ebbe modo di dimostrare ancora una volta il suo coraggio: nei pressi di Malcesine il pullman che la stava trasportando in Germania ebbe un incidente e la Piera, assieme ad alcuni compagni riuscì fortunosamente a scappare e a tornare a Bergamo, da dove poi raggiunse la sua Valle per riprendere la lotta partigiana.